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Uno

Un caffè è sempre un buon modo di iniziare. Anche quando non sai bene cosa. Il signor Gino, in fondo, aveva sempre pensato che tutto, ma proprio tutto, ruotasse attorno a un buon caffè.

LA FINESTRA DELLA CUCINA DEL SIGNOR GINO, CON LE SBARRE, ERANO AL PIANO TERRA, PROPRIO ALL'INGRESSO

Perché prepara l'anima all'ascolto e al racconto. E prepararlo con cura, come faceva sua moglie, era un modo di essere ospitali e di volersi bene. Srihan, invece, il caffè - e tutta la ritualistica che gli stava attorno - l'aveva scoperto solo quando era arrivato in Italia, venti anni prima. Perché in Sri Lanka i riti sociali c'erano eccome, e gli mancavano tanto in certe giornate uggiose, ma il caffè proprio no. Anche Srihan non sapeva bene cosa aspettarsi dall'invito del signor Gino. Richieste? Lamentele? Da quando era diventato custode di quel condominio di case popolari a Milano si sentiva sempre in prima linea. La sua guardiola era piccola solo per coloro che la guardavano con superficialità, perché in pochi metri quadri si aggirava un mondo intero. A volte trincea, a volte luogo di osservazione privilegiato. La finestra della cucina del signor Gino, con le sbarre, erano al piano terra, proprio all'ingresso, dove c'è la guardiola del custode. Srihan e Gino, insomma, si guardavano negli occhi ogni mattina. Vicini, eppure lontani. Almeno all'inizio. Un saluto timido, le presentazioni quando Srihan era arrivato al suo nuovo lavoro, qualche piccolo scambio di battute. Nulla di più. Poi, inatteso, l'invito. Il signor Gino si era affacciato, come faceva quando fumava, stendeva i panni o semplicemente guardava il passaggio nel cortile del caseggiato. Al solito cenno di saluto a Srihan, questa volta, era seguito un invito:

"Ciao Srino. Tutto bene? Ma domani perché non passi da me per un caffè?".

Srihan aveva risposto "Si, grazie mille, a domani", sorridendo. 'Magari poi gli dico che si pronuncia Srihan', aveva pensato. Gli avevano insegnato il rispetto, il signor Gino poteva essere suo padre o suo nonno. La richiesta, però, lo aveva preso di sorpresa. Da quando era stato nominato custode, qualche mese prima, si sentiva ancora in una fase di studio. Lui osservava i condomini, loro osservavano lui. In molti, spesso, erano spigolosi. Come se anni di tensioni si fossero sedimentati a tal punto da rendere le persone dure, sulla difensiva. Tutti cercavano di capire, dopo i grandi cambiamenti degli ultimi mesi, quanto la nuova gestione delle case popolari avrebbe cambiato le cose, sia quelle che andavano, che quelle che non andavano. In attesa di veder soddisfatta la loro curiosa attesa, il custode diventava la lente attraverso la quale studiare i mutamenti in atto. Srihan lo sapeva, si sentiva fiero di quel ruolo di rappresentanza e servizio. Lo voleva svolgere al meglio. Ma la geopolitica del cortile andava trattata con cautela. Cosa vorrà il signor Gino? Che dietro le lenti spesse degli occhiali, nella distanza tra la guardiola e la sua finestra, non si capiva mai se sorridesse o meno? Forse era arrabbiato per le cassette delle lettere, che i ragazzi che portavano gli annunci pubblicitari si ostinavano a riempire all'inverosimile nonostante i suoi avvisi? O era seccato per come aveva spazzato il cortile?

All'improvviso al signor Gino viene un dubbio. 'Ma ho invitato a prendere il caffè Srino oggi o domani?'. Ah, l'età. Che sarebbe bello tornare indietro, a volte. Il suono del campanello gli toglie ogni dubbio. Perché, da quando è morta la moglie, non sono più tante le visite che riceve. Perché, diceva sempre il signor Gino, del diventare vecchi una delle cose più dure è che a un certo punto ti rimangono solo vecchie foto e tanti ricordi. Mentre si avvia alla porta, come gli accade sempre più spesso, gli sembra di risentire la voce della Lisa, la donna con cui ha passato 60 anni della sua vita: "Sorridi Gino, che sei un brav'uomo, ma ti è toccata una faccia da burbero". E Gino sorride. E Srihan gli sorride sulla soglia della porta. Entrando, per entrambi, è come se si fosse accesa una luce, così, senza dire una parola. "Vieni Srino, accomodati!", urla il signor Gino, che non ci sente più molto bene. "Srihan signore, mi chiamo Srihan",gli ricorda il custode seguendolo nello stretto corridoio fino al cucinotto. "Oh, mi devi perdonare, Srina, vedrai che prima o poi lo imparo. Sono un testone io, lo diceva sempre la mia Lisa. Ma prima o poi lo imparo". Gino gli dava le spalle per versare il caffè, e non poteva vedere che Srihan sorrideva. Quell'uomo gli aveva fatto subito simpatia, non sapeva spiegare perché.

Quella casetta era un fiore di ordine e pulizia, ma dava anche l'impressione di essere entrati in un tempo precedente.

QUELL'ODORE, DI QUELLE VECCHIE FOTO, DI QUELLA TOVAGLIA A FIORI LINDA E SDRUCITA.

Come se in un passo, le lancette dell'orologio fossero tornate a 30 anni prima. Lui l'Italia di 30 prima non l'aveva vista mai, ma se al suo paese in Sri Lanka gli avessero chiesto come avrebbe potuto essere, ecco, gli avrebbe raccontato della casa del signor Gino.
Di quell'odore, di quelle vecchie foto, di quella tovaglia a fiori linda e sdrucita. "Come tiene bene la casa, signor Gino. Complimenti". "Eh sai, mi son dovuto adattare. Quando è morta la mia Lisa è stato come andar via di casa, solo che avevo 80 anni e non 18! Ai miei tempi, dalla mamma alla moglie, noi si era come bambolotti, vestiti e stirati. Anche al tuo paese è così? Che poi non so quale è il tuo paese. E allora da solo, senza figli, che il buon Dio non ne ha mandati, mi son messo a imparare. È stato molto difficile all'inizio, ma chiudevo gli occhi e immaginavo la Lisa. Da quando sono in pensione, sai, passo molto tempo in casa. Solo allora ho iniziato a rendermi conto di quanta fatica facesse. Immagine
Prima, sai, uscivo alle 6 per andare in fabbrica e tornavo la sera. Da pensionato la guardavo e capivo come la sua giornata fosse stata sempre faticosa come la mia. La guardavo e dopo, quando è morta, mi ricordavo tutto quello che faceva e ho iniziato a rifarlo, come un imitatore! Ma non son mica buono come lei, eh". Srihan sorrideva e lo stava a sentire, mentre l'odore del caffè versato nelle tazzine rendeva l'ambiente ancora più familiare. "Vegno dallo Sri Lanka, signor Gino. È un paese piccolo e bello, vicino all'India. Se guarda la mappa, sembra una lacrima che cade. E anche da noi, da sempre, non è che gli uomini siano granché a fare i mestieri in casa…però anche io, come lei, ho imparato". Un attimo dopo aver pronunciato queste parole, Srihan si blocca, perché gli torna in mente il motivo dell'invito per quel caffè. 'Ora mi dirà che non li so fare…'.
"Ho notato, Srina. Volevo dirtelo. Sei proprio bravo. Sai, non ho più tanto da fare. Spesso guardo fuori dalla finestra e da quando sei arrivato te lo devo proprio dire: il cortile e le scale sono davvero un fiore. Bravo!".
Srihan sente il viso che si scioglie in un sorriso senza neanche rendersene conto. "Grazie signor Gino". "Ecco, non so come funziona al tuo paese, ma per me dopo che ci siamo presi un bel caffè, mi devi chiamare Gino". "Grazie, ci sto. E lei può chiamarmi Srina".

OTTANTA ANNI DI ENERGIA, ABITUATA A CAVARSELA DA SOLA, SPESSO IN SILENZIO

2

Due

"Buongiorno Gino! Tutto bene?". Il signor Gino, ogni volta che poteva, scendeva e si sedeva in guardiola a far due chiacchiere con il custode. Molto più spesso, erano in giro assieme nel cortile e nel caseggiato, l'uno Virgilio dell'altro, anche se non c'era bisogno di dirselo.

È come se due anime del cortile, quella 'vecchia Milano' e quella dei mille colori del mondo, che vivevano fianco a fianco sfiorandosi ma non toccandosi, a volte guardandosi in cagnesco, altre volte limitandosi a un cenno lieve e poco convinto di saluto, avessero di colpo trovato due mediatori culturali.

Il signor Gino, ogni volta che in un ballatoio, in cortile, all'ingresso del caseggiato o altrove incrociava uno dei 'veci', non mancava mai di tessere le lodi del giovane Srihan. Uno degli ossi più duri era la signora Pina. Ottanta anni di energia, abituata a cavarsela da sola, spesso in silenzio. Era arrivata dall'Italia del sud, all'epoca in cui Gino viveva nel caseggiato già da tempo. "Oh Gino, ma per carità! Vedrai, anche questa volta non cambierà nulla! Siam mica come quelli del centro, noi. Le periferie sono abbandonate. E poi, con questi qui…". Gino lo sapeva bene. Anche se gli veniva sempre da sorridere, perché in una vita lunga come la sua, 'questi qui' cambiano sempre, ma ci sono sempre. Si ricorda benissimo, Gino, quando la sua mamma lo diceva della signora Pina e del marito. "Bisogna farli lavorare, Pina. Hanno appena iniziato. Ne abbiam viste tante, ma non dobbiamo partire prevenuti. Nuova gestione, nuova vita! E poi, su, alla fine, siam tutti diversi. Ha visto Srina? Che gran bravo ragazzo! Mi sembra che sia un primo segno di attenzione, non crede? Un ragazzo sveglio, che fa bene il suo lavoro!".

La signora Pina scruta Gino con attenzione, come se cercasse la fregatura.

"Beh, si. Devo dire che non ho nulla da dire…per ora! Ma vedrà, tra un po', finita la novità, tutto tornerà come prima e di nuovo nessuno si ricorderà di noi". Gino sorride. Capisce il punto di vista. Le case popolari sono un mondo, un romanzo, milioni di vite. Quello stesso caseggiato, a suo modo, è un personaggio della storia di Milano. Costruito durante il ventennio fascista, nei decenni è stato popolato da vecchi milanesi, poi dall'immigrazione interna italiana, fino all'immigrazione dal mondo. Gino l'ha visto cambiare il caseggiato, giorno per giorno, invecchiando assieme a quelle mura. E la cura del caseggiato, negli ultimi anni, lasciava davvero a desiderare. Come se, invecchiando il caseggiato, chi dovesse occuparsene perdeva attenzione, cura. Un po' come quegli anziani dimenticati in un ospizio, da parenti ormai assenti, morti o troppo indaffarati. Sempre con problemi di denaro, sempre in altre faccende affaccendati. Ma ora, da qualche mese, le cose hanno un colore differente. Una speranza. Gino non si era perso neanche uno degli incontri con i rappresentanti dei nuovi amministratori. Aveva fatto domande, aveva raccontato problemi, si era confrontato con gli altri. Non è facile, ma gli era piaciuto quel che aveva sentito. "Ora facciamoli lavorare", era il suo mantra, ripetuto a tutti i condomini, che conosceva da una vita e che da una vita conoscevano lui. Per lui, che aveva scampato una guerra, nessun problema era troppo grande. Ecco, come gli accadeva sempre più spesso, si trovava in compagnia dei ricordi. Guardava la Pina andar via, verso casa, e di colpo gli appariva con 50 anni di meno. Come l'aveva vista la prima volta. E aveva pensato che era una bella donna, la Pina, ridendo da solo, che se lo sentisse Lisa…Si guardava attorno e passeggiava, con le mani dietro la schiena, sorridendo. Perso in un ricordo in bianco e nero.

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"Tutto bene, signor Gino?". La voce di Laura era come un bicchiere d'acqua fresca, limpida, come i suoi occhi azzurri. "Tutto bene cara! Però mi devi chiamare Gino!". "Ha ragione, me lo dice sempre! Ci riuscirò, prima o poi!". Laura è con Srihan; si danno da fare per svuotare un locale che si affaccia direttamente sul cortile. Con lei ci sono anche Paola e Mauro. Studenti, o poco più. Sono arrivati seguendo un'idea: quella di una città che sia a misura di cittadino, una città magari lontana dalle sfavillanti vetrine del centro, da quegli itinerari per turisti, che hanno trasformato tanti luoghi dell'urbanità in percorsi fissi, come quelli dei crocieristi. Un bando pubblico, un progetto. Ed ecco che ragazzi giovani hanno accesso a un'abitazione a un prezzo ragionevole, anche per chi vuole costruirsi Immagine un'indipendenza senza avere genitori che ti mantengono per anni. All'aspetto abitativo, si affianca una progettualità per il caseggiato. Laura e gli altri, dopo qualche lavoro di sistemazione, daranno vita a una ludoteca. Qui i bimbi del caseggiato - e del quartiere - potranno lavorare con i ragazzi del progetto, giocare, conoscersi, divertirsi. E far vivere il cortile. A Gino torna in mente un'immagine sfuocata: lui e i suoi coetanei, che rincorrono un pallone, in quello stesso vialetto. "Come andiamo ragazzi? Quando si parte?", chiede Gino. "Al massimo a fine mese iniziamo!" risponde Mauro, mentre stende un lenzuolo bianco per terra, da decorare con lo spray per dare il benvenuto a chi verrà. "Signor…ops…Gino" sorride Laura, "non dimentichi che ci ha promesso di venire a raccontare ai ragazzi del tempo della guerra e della bomba! Già me li vedo, a bocca aperta, mentre stanno ad ascoltarla". "Quale bomba?", chiede Srihan, con la faccia di quello che è già pronto a risolvere qualsiasi problema. "Vieni, che ti faccio vedere", dice Gino, prendendo il custode sottobraccio e lasciando i ragazzi al loro progetto. Il cortile si articola in tre lati, con spazi divisi dai tre caseggiati che compongono il blocco. Alle spalle del primo un giardinetto, con un roseto. Una delle novità portate da Srihan, che sembra essere capace di far tutto. "Vedi qui, Srina? Dove hai messo queste belle rose? Ecco, qui, proprio qui", racconta Gino, battendo il tacco per terra, in un punto preciso, "è cascata una bomba durante la Seconda Guerra mondiale. Per fortuna, non è esplosa. Saremmo morti tutti. Solo che io ero solo un ragazzo. Ricordo mia madre e mio padre, abbracciati stretti. Lei piangeva e chiedeva a lui quando sarebbe finito quell'orrore. E lui, in silenzio, le accarezzava la testa. Anche se ero solo un bambino capivo quando il papà restava senza parole. Per me e per gli altri ragazzi del cortile, invece, era un'emozione. Ci impedirono di guardare e di avvicinarci, fino a quando vennero a toglierla via. Ma eravamo affascinati e sbirciavamo dalle finestre. La stessa finestra dalla quale ti vedo lavorare e curare le rose che hai piantato qui.

Mi pare, a volte, che sia la vita di un altro. E invece è la mia e quella di queste quattro mura, che ci guardiamo invecchiare assieme e abbiamo mille ricordi.

ImmagineSrihan guarda la terra. Non riesce a immaginare una bomba proprio là, tra le sue rose. "Quando racconterà la storia ai bambini del caseggiato voglio esserci anche io". "Volentieri. Sarà bello vedere di nuovo dei bambini che vivono questo cortile", dice Gino. "Sono il custode, dovrei pensarla diversamente, ma son contento anche io. E poi, i corsi di italiano. Da venti anni sono in Italia, ma mi è sembrato di essere arrivato davvero solo quando ho imparato l'italiano. Sono convinto che tanti problemi di comunicazione che a volte ci sono sarebbero superabili, se solo ci si parlasse". Gino lo guarda e sorride. Capisce bene cosa intende Srihan, perché a un certo punto la prossimità può essere difficile. "Sai, quando cominciarono ad arrivare le prime famiglie dall'Italia del sud non è stato facile. Oggi sembra incredibile", racconta Gino, tornando verso il cortile principale, "ma eravamo diversi. Negarlo è stupido. Solo che, giorno dopo giorno, le persone si conoscono. E smettono di pensare come gruppi, 'noi e loro', ma cominciano a ragionar di persone. Lui e lei, antipatico e simpatico. Vedrai, succederà di nuovo, sta già succedendo, è solo questione di tempo". Srihan annuisce, ma non sembra convinto. E guarda all'ingresso, dove stanno entrando due uomini, una donna e un bambino.

"CI SONO DELLE REGOLE, VANNO RISPETTATE"

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Tre

"Ma non ti vergogni?? Non hai niente di meglio da fare??? Che prendertela con dei poveracci???". Le urla scuotono il torpore del caseggiato nel pomeriggio di un giorno qualunque. Srihan, dal primo momento, ha deciso di non perdere la calma. "Io faccio solo il mio lavoro, non ho nulla contro di voi".

Ogni volta la stessa storia, pensa. E lo fa dolorosamente, stringendo le dita nei palmi delle mani, fin quasi a ferirsi con le unghie. "Ci sono delle regole, vanno rispettate", ripete, sospirando. Il caseggiato popolare, come molti in città, negli anni ha vissuto dei momenti di caos gestionale. Ad oggi, in molti luoghi come quello, non è che tutte le abitazioni sociali siano assegnate con chiarezza. Srihan lo sa e, come molti suoi colleghi, mentre si lavora a gestire con i nuovi amministratori una situazione che arriva molto da lontano, tenta in tutti i modi di gestire le situazioni più complicate. Case occupate abusivamente, case dove non si capisce bene chi ci abiti, nuclei familiari che svaniscono e che ricompaiono con geometrie relazionali differenti. Non è facile. Srihan non ama quella parte del suo lavoro. Quando vive quei momenti, nei quali bisogna far rispettare le regole, tenta di andare altrove con la mente. È come se il suo corpo fosse là, come se si sentisse parlare e spesso ripetere meccanicamente le stesse cose, ma la sua mente volasse altrove. In Sri Lanka, a volte, dalla sua famiglia, nel villaggio dove è nato. Oppure si concentra sul silenzio, sul rumore che fanno le foglie in cortile quando le spazzi, sulle rose che crescono forti, sulla signora da aiutare con la spesa.

"Sei una spia! Bel lavoro, complimenti", gli stanno urlando addosso. Srihan respira a fondo. Si guarda attorno e, dalla solita finestra, vede che Gino lo sta osservando, con la sua sigaretta. Si guardano, un cenno del capo, che vale più di mille parole. Ci vuole, ogni tanto, un cenno del capo. Non costa nulla, ma è come una boccata d'aria. Ora ci penserà l'azienda a risolvere la questione, ma ci vuole un buon caffè. Gino, come se avesse capito al volo, gli fa cenno di entrare. Ed ecco che per Srihan è tempo di profumo di caffè, di tovaglie a fiori, di vecchie foto. "È dura, ma vedrai che pian piano si metteranno a posto le cose. Ci vuole fiducia", esordisce Gino. "Lo so Gino, non mi piace farlo, ma è necessario. Ci vuole pazienza, solo che a volte è dura. Io non sono un nemico di nessuno, faccio il mio lavoro, e non voglio perderlo. Perché non lo capiscono? Perché non capiscono che poi, alla fine, il razzismo nasce anche da certi comportamenti?". Gino scuote la testa. "A parte che certi comportamenti, comprese le occupazioni, non hanno un colore. Lo fanno italiani e stranieri. C'è tanto bisogno, con questa maledetta crisi poi, che la pensione dura sempre meno, puoi immaginare. Tu devi fare il tuo lavoro e chi amministra le case popolari deve fare il suo, anche quando non è facile". "Lo so", replica il custode, "ma poi io mi sento nel mezzo, con gli inquilini che chiedono il rispetto delle regole o almeno dei comportamenti consoni e queste persone che mi trattano come fossi il loro carnefice.

Che vogliono da me? Con tanti di loro mi sforzo di parlare, di ragionare. Ma a volte è difficile.

Immagine E gli altri condomini pretendono". "Srina ciascuno di noi, nella vita, deve avere sempre un punto di riferimento", risponde Gino. "Quel punto di riferimento è lo specchio. Quando tu puoi guardarti allo specchio, sapendo che hai fatto tutto quello che hai potuto per far bene il tuo lavoro e per provare a far contenti tutti, nel limite delle tue possibilità, non hai nulla da rimproverarti". Mentre Gino finisce di parlare, dalla zona della guardiola, si sente squillare la voce della signora Pina. "Srihannnnn?? Dove sei???". Gino e Srihan si guardano, gli scappa da ridere. "Arrivo signora", le risponde il custode dalla finestra di Gino. "Senti, ma le scale del mio caseggiato hanno un odore assurdo! Non l'hai sentito??", lo assale la signora Pina appena si trova Srihan davanti. "Ha ragione signora, almeno da un paio di giorni, ma non riesco a capire. Ho pulito e ripulito, ho portato la squadra addetta alle pulizie a ripassare da là tre volte. Ma non riusciamo a capire come nasca quel cattivo odore". "Cerca di capirlo, ragazzo. Cerca di capirlo. In fretta!", intima la signora Pina, tornando verso casa, sotto lo sguardo benevolo e pensieroso di Gino e quello affranto di Srihan.

QUESTO CORTILE, È DI TUTTI. TENERLO PULITO NON È SOLO QUESTIONE DELL'AZIENDA, MA DI TUTTI I CONDOMINI

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Quattro

Tutto è pronto per partire. La macchina è quella di Lorenzo, del terzo piano, scala C. L'indirizzo l'ha preso Valeria, la moglie di Libero, che oggi ha un impegno. E poi Gino. E Srihan. Sembra che partano per una gita, e in fondo è un po' così. Alla fine si è unito anche Karim, del quarto piano, che si da un gran da fare per le pubbliche relazioni del caseggiato.

"È uno che farebbe amicizia anche con un albero", dice di lui Gino.
Non c'è molta strada da fare: venti minuti in macchina e sono arrivati. C'è Cosimo ad attenderli: 60 anni portati con il piglio del ragazzino. "Sembra Gianni Morandi", nota Valeria. "E chi è?", replica Karim.
L'idea dell'incontro è nata da Srihan. In un incontro con gli altri custodi ha sentito parlare dell'autogestione. Ne è rimasto affascinato. Una parola, semplice, che suona bene. Ascoltando gli altri, gli è sembrato di aver trovato il nome giusto per un'immagine che aveva nella testa, ma che non riusciva a chiamar per nome. Tornato al lavoro, il giorno dopo, ne aveva parlato a Gino. "Ci pensi, Gino? Autogestione. Sono previste dal regolamento delle case popolari ed è già sperimentato in alcuni quartieri. Con la nuova gestione delle case popolari si parla tanto di ampliare questa esperienza. Una gestione diretta dei servizi di pulizia e manutenzione, con le imprese scelte dagli inquilini. A volte, da quando sono qui, mi sento come a disagio. Nel senso che ogni sforzo per mettere ordine in una situazione complessa si scontra con una continua 'pretesa' degli inquilini. Non dico che non abbiano le loro ragioni, ci mancherebbe, ed è giusto rivendicare i propri diritti. Solo che bisogna dare tempo a chi è arrivato adesso, ma anche metterci del proprio. In fondo, questo cortile, è di tutti. Tenerlo pulito non è solo questione dell'azienda, ma di tutti i condomini". Gino ne aveva già sentito parlare, ma era curioso di guardare con i propri occhi. "Andiamo a visitarne una". La proposta, dopo un paio di chiacchierate in cortile, aveva raggiunto le adesioni di altri condomini ed ecco la spedizione.

"È un progetto nato ormai qualche tempo fa", racconta Cosimo, mentre si mette alla testa del drappello di visitatori. "Gli inquilini eleggono un rappresentante, che in questo caso sono io, e un comitato, che può avere tanti membri quanti ne indicano i condomini. A quel punto, è il rappresentante, confrontandosi con il comitato, che diventa il referente dei rapporti con MM, che adesso hanno ereditato la gestione delle case popolari da Aler". Tutti, senza darlo a vedere, hanno preso l'andatura di Gino. Il mini corteo si muove lentamente, in silenzio. Pendendo dalle labbra di Cosimo e guardandosi attorno incuriositi. "Possiamo gestire in autonomia la piccola manutenzione e i servizi. Quindi riscaldamento, verde, spazi comuni e pulizie. Da quando siam partiti non è che qui in un giorno è diventato il migliore dei mondi possibili", scherza Cosimo, "ma di sicuro c'è stata una bella presa di responsabilità da parte di tutti gli inquilini. In fondo, a volte, anche per piccole cose, è inutile lamentarsi e aspettare. Questa forma di autogestione, almeno per le piccole cose, rende tutto più facile e anche per chi ci amministra, è più agevole avere un interlocutore che fa da punto di riferimento, per le questioni dure e per quelle meno dure.

POSSIAMO GESTIRE IN AUTONOMIA LA PICCOLA MANUTENZIONE E I SERVIZI.

MM non può essere qui tutti i giorni e questo è un caseggiato da 244 appartamenti: se non ci diamo noi per primi delle regole, le cose miglioreranno più lentamente". Mentre Cosimo parla, l'improbabile delegazione si guarda attorno curiosa, come un comitato tecnico di verifica. Karim è il più loquace, nella panetteria dove lavora lo chiamano 'radio Cairo'. E sommerge Cosimo di domande. "Non finisce alla piccola gestione ordinaria. L'autogestione tenta anche di lavorare su concetti fondamentali di condivisione di una comunità: lavoriamo per responsabilizzare tutti, pensando al caseggiato come a un bene comune, dove non si deve pensare solo al proprio interesse. Oltre agli aspetti pratici, ci impegniamo per organizzare attività che coinvolgano gli inquilini."

"È nei momenti sereni che si costruiscono le reti relazionali che servono poi quando ci sono problemi, anche al di là del regolamento interno, che possiamo comunque implementare".

"Ma come fate a mettervi d'accordo sulle cose?" - chiede Srihan, scambiandosi un'occhiata con Gino, che nel linguaggio degli sguardi poteva essere tradotta come SIGNORA PINA. "Le cose fondamentali vengono discusse e decise una volta all'anno, durante un'assemblea generale. Una casa un voto, con possibilità di delegare. Certo, per motivi ovvi si intende chi ha un contratto". "Nel pratico", chiede Karim, "siete contenti? Vi siete pentiti?". "No, assolutamente. Poi credo che - conclude Cosimo - al di là dell'autogestione, sia normale che l'idea di vivere questi caseggiati con la voglia di non isolarsi, faccia bene a tutti a prescindere dalla forma di gestione".

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La delegazione si avvia verso l'auto, tornando al cortile. Sono tutti pieni di idee. Arrivati all'ingresso, vicini alla guardiola di Srihan, restano a far conciliabolo, come a voler allungare quel momento di condivisione.
"Potremmo organizzare la proiezione di qualcosa, in giardino, in estate", propone Karim. "Bella idea", annuisce Gino. Mentre tutti parlano tra loro, lo sguardo di Srihan scivola verso un punto del giardino. Dove, da anni, è stata costruita una piccola cappella con una statua della Madonna. "Ho un'idea. Che ne dite se quest'anno non organizziamo una festa? Si potrebbe fare, con la parrocchia, una giornata in cui le persone vengono a pregare qui?", propone il custode. "Ma tu non sei cattolico", chiede basita Valeria. "Che significa? Non è importante, si può stare assieme". "E magari, per il Ramadan, potremmo organizzare una cena dell'Iftar, la fine del digiuno, invitando tutti gli inquilini!", propone Karim. Gino li guarda e sorride. Bello spirito di iniziativa, come piace a lui. Solo che la realtà non è mai semplice. Ed ecco che proprio mentre sono tutti riuniti a far progetti, assistono a uno sgombero di una casa occupata abusivamente. Le regole vanno rispettate, ma non è mai una soluzione piacevole, per nessuno. Tutti si guardano in silenzio, immaginando che prima o poi le cose possano cambiare per tutti. Perché quel cortile, in fondo, è un pezzo di mondo, di mondi, una hall di un albergo immaginario dove arrivano mille esistenze diverse che devono trovare un modo di stare assieme a questo mondo. E non è sempre facile.

LA SIGNORA PINA, OGNI VOLTA CHE USCIVA DI CASA, LO FULMINAVA CON LO SGUARDO.

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Cinque

Srihan, mentre organizzava i sacchi della raccolta differenziata da portare fuori, non riusciva a darsi pace. La signora Pina, ogni volta che usciva di casa, lo fulminava con lo sguardo. Non si riusciva a venire a capo dell'odore (in effetti sempre più nauseabondo) che arrivava dalla scala.

Srihan si era fissato, confrontandosi con gli addetti alle pulizie, su un paio di appartamenti 'sospetti'. "Ragazzo, attenzione. Non bisogna accusare nessuno prima di avere le prove", lo ammoniva Gino. Ma Srihan non riusciva a togliersi dalla testa che erano quelle due case a produrre quell'odore insopportabile. Solo che erano abitate da due famiglie che non avevano alcuna voglia di confrontarsi con il custode. Anzi. Sentendosi al centro delle sue attenzioni, spesso e volentieri, lo prendevano a male parole per un nonnulla.

MA SRIHAN NON RIUSCIVA A TOGLIERSI DALLA TESTA CHE ERANO QUELLE DUE CASE A PRODURRE QUELL'ODORE INSOPPORTABILE.

Difficile dire quante persone vivessero in quelle due case: a un nucleo - più o meno - fisso, si alternavano altre persone, molti bambini. Un giorno come un altro, mentre Srihan era indaffarato nel solito 'acceso' scambio di opinioni con i ragazzi che inondavano di pubblicità le caselle della posta degli inquilini, ignorando le comode cassette per la pubblicità messe sotto ad hoc dal custode, una donna che abitava in una delle due case rientra dall'ingresso principale. Gino, al solito, è affacciato alla finestra. Che fuma. Nonostante gli occhiali spessi, come Srihan ha avuto modo di notare in altre occasioni, ha ancora la vista buona. Attira con un cenno l'attenzione del custode, indicando con il mento il passeggino che la signora stava spingendo. La copertura per il sole rendeva invisibile il contenuto, ma Srihan - continuando a chiacchierare con il ragazzo della pubblicità, segue con lo sguardo l'avanzare del carrozzino.

E non crede ai suoi occhi. Perché da sotto la copertura, di soppiatto, per un secondo…spunta un becco. Giallo.

Il tempo che la signora attraversi il cortile, e Srihan si è già fiondato a casa di Gino. "Ma hai visto anche tu??". "Certo, te l'ho fatto notare io! Che facciamo?", chiede Gino. Srihan sorride. Per un secondo ha dimenticato quello che ha visto, la signora Pina e l'odore nauseabondo. Assapora quel 'noi' che ha usato Gino. Gli piace, lo fa sentire a casa. Ha un buon sapore, come certi piatti che cucinava sua madre in Sri Lanka. Ma rientra subito nel suo ruolo di custode: "Segnalo all'amministrazione".

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La risposta non tarda e, in poche ore, si palesano tecnici e funzionari. Srihan, tanto per cambiare, si sente a disagio. Ha fatto quel che andava fatto, ma non è detto che uno provi piacere a farlo. Alza gli occhi, a cercar lo sguardo di Gino. Che non è alla finestra. Tutto sommato non c'è bisogno, perché sa che avrebbe annuito, rassicurandolo. Le due case vengono visitate e la scoperta, per tutti, ha dell'incredibile. All'interno delle due case, occupate abusivamente, c'è un vero e proprio pollaio. Si, un pollaio. Decine di galline. Non si crea neanche troppa tensione, come se gli occupanti sapessero che prima o poi sarebbe accaduto. C'è quasi una forma di rassegnazione. I due appartamenti vengono bonificati; l'odore nauseabondo, come per incanto, svanisce. I mezzi tecnici portano via oggetti e animali, assicurandosi che si trovi una soluzione anche per le persone.

LA RISPOSTA NON TARDA E, IN POCHE ORE, SI PALESANO TECNICI E FUNZIONARI.

Quando è tutto finito, Srihan se ne sta in disparte, chiuso nella guardiola. Non ha voglia di parlare. Lungo il vialetto, verso di lui, avanzano lentamente Gino e la signora Pina. Si fermano davanti alla portineria, Srihan apre la porta, gli sorride. "Bravo ragazzo, ottimo lavoro", gli dice la signora Pina. "Speriamo che gli serva per capire come stare al mondo". Srihan avrebbe tante cose da dire, ma è amareggiato. Riesce solo a replicare: "Non capisco come si possa fare una cosa del genere…in fondo vivere in comune è facile, se ciascuno non si sente libero di fare qualsiasi assurdità". "Non giudichiamo, è troppo facile", li redarguisce Gino. "Ognuno conosce la sua vita e i suoi problemi. Vanno fatte le cose che vanno fatte, le regole si rispettano e rispettarle serve a rendere migliore la vita di tutti. Giudicare, però, non aiuta nessuno. Ha visto signora Pina, che bravo il nostro Sirna?", chiede Gino con tono beffardo. "Si chiama Srihan", risponde la signora Pina.

Crediti

una produzione Polifemo Fotografia
testo: Christian Elia
fotografie e video: Leonardo Brogioni
audio e musica: Angelo Miotto
montaggio: Antonella Rocchi
grafica e web design: Mstudio

Le riprese sono state effettuate negli stabili di Via Rossellini, Via Gandino, Via del Turchino, Via Civitavecchia, Via Palmanova, Via Cesana, Via Senigallia, Via Sabatino Lopez, Via Laghetto
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