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Lunedì

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate.
Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

Duomo, fermata duomo
apertura a destra.

Una persona si siede vicina a me, sento il caldo del suo ginocchio vicino al mio, cerca di guadagnare spazio, ma io resisto e difendo il mio, sbuffo rumore di ghigliottina che cade e chiude, riparte. Il profumo, lo cerco, storco il naso, non lo trovo, non è lui.
Apro gli occhi, si stringono a fessura per il neon. Mi infastidisce. È un uomo, quello vicino a me, ed è anche abbastanza corpulento, gli cedo un centimetro per il ginocchio, sta stretto. Duomo, fermata Duomo apertura porta a destra.

La sua voce, adoro la sua voce. Mi piace immaginare come è fatta.

Forse un metro e settantacinque, forse occhi verdi, o azzurri, un capello castano chiaro, raccolto sulla nuca a chignon e un tubino nero, tacchi, un 12 e quel microfono Anni 50 davanti a Lei, le luci soffuse, che creano atmosfera e un cercapersone a fissare la luce sui suoi piedi lunghi e snelli, caviglie di cristallo. Il tecnico gli dà l'ok con il pollice che va diritto verso il cielo e la luce rossa si accende e Lei registra. Duomo, fermata Duomo, Linea Rossa. Corrispondenze con Linea Gialla. Dio, che intonazione, che timbro, che caldo registro che sgorga dalla sua gola, dalle sue corde vocali.

Beatrice. Secondo me si chiama Beatrice. O forse Camilla. O Iris. Esther. Forse Esther, forse il nome che i suoi genitori avevano scelto per omaggiare la prozia, bianchi capelli e vestito a fiori, colori sgargianti, stretto in vita da una cintura di pelle lucida nera, forse con una piccola fibbia dorata e scarpe a tacco basso, nere, i capelli candidi tenuti a raccolta da un cerchietto semplice, forse una collana di perle, un solo anello, quello del fidanzamento ricevuto dal marito che ora non c'era più e quel pacco nelle mani quando ormai in ospizio riceveva i pronipoti: era stretto e lungo, e nascondeva ogni volta una forma di pesce metallico ripieno di un buon budino al cioccolato. Al latte.

Gli occhi sono chiusi, li riapro. Il serpente dei vagoni aperti si snoda ancheggiante, qui e là, sono quasi tutti seduti, e le scarpe si alternano da sedile in sedile sulle panche intrecciate dai sostegni metallici. La frenata, come se la testa del siluro stesse sprofondando in avanti e la coda si alzasse di pochi centimetri in direzione opposta, poi il rumore dei freni che aumenta, adesso è l’unica cosa che si sente. Pausa. Pausa, Pausa. Sbuffo, sirena, porte che si aprono ed ecco: Cordusio, fermata Cordusio.

Riapro gli occhi, ma a fessura stretta. Gli altri non vedono che li vedo, forse pensano che io dorma, oppure sanno benissimo che li sto osservando.

Come quando guardi un animale feroce negli occhi, se tu sei capace di mantenere lo sguardo fisso, sarÀ lui ad abbassarlo.

Forse l'ho letto in Salgari, non ricordo, oppure è una di quelle cose che ti dicono, ma non sai più dire chi.

Uno è nero e ha un borsone di plastica ai piedi. L'altro è orientale, un cinese, un coreano, un cambogiano? Loro lo sanno, per me sono orientali, con tanti saluti alla complessità. Vorrei capire di più, ma non ho mai approfondito. Ha una camicia bianca, pantaloni grigi e scarpe nere, una cintura nera e i capelli fini neri. Vicino a lui c'è una donna, deve essere sudamericana, forse peruviana. È molto curata, truccata, i vestiti sono anonimi. Mi piace la metropolitana multietnica, ma ho la sensazione che spesso siano gusti che non legano. Ognuno un mondo, una bolla. ImmagineTante bolle, se provi a entrare scoppiano, finita la magia. Guardo a destra.
Lui si guarda intorno con occhio assente, Lei compulsa il telefonino, ha un accento piemontese, lui lombardo.
«Una sensazione di spingere massi, faticosa - dice - eppure quando parlo della trasmissione trasmetto una positività che non serve solo a me, ma anche al mio interlocutore». Dice lui. Lei annuisce, «Questo è il lavoro che facciamo».
Lo guardo. Barbetta, 35 o 40 anni, curato, vestito pregiato, cravatta, lei un po' passata, vestito classico. Una faccia da stronzo, lui, penso e lo squadro male fino a quando esce, tanto non sta guardando in faccia nessuno. Nessuno, nemmeno sui piedi, o nelle scollature. Quello non guarda, mentre parla con la collega o l'assistente, che gli tiene il passo dell'orario, del ritardo di quello che dicono dall'altro lato del telefono e lui intanto pontifica sulla sua capacità di trasmettere sensazioni e ci crede davvero, da come lo dice.
Sbuffo e porte e altro materiale, vario; uno è entrato come un fulmine inserendosi fra i battenti.
Io ho un appuntamento, penso e sorrido fra me e me, anzi sorrido proprio, perché la signora che mi è a fianco, capelli bianchi raccolti, vestiti chiari, una borsa da nonna, mi guarda da dietro due lenti da astigmatica con due occhi grandi così e ricambia il sorriso con un piccolo senso di stupore. Quello di un fiato di umanità sotterranea, Linea Rossa, Metropolitana Uno Milano.

Gli stickman che entrano
devono stare ai lati e permettere agli stickman che escono di passare al centro.

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Martedì

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate. Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

Mi ha messo i capelli sotto al naso,Immagine fastidio, e poi non sono freschi di lavaggio, sono sporchi, tirati su e raggruppati da un mollettone. D'accordo, io sono calvo, ma come si fa a non accorgersi che stai mettendo la tua coda, che hai fatto perché non hai tempo o voglia di lavarti il pelo, sotto il naso di un onesto compagno di viaggio?
Mi schiarisco la voce. Nulla. Tossisco brevemente, per far capire che mi dà fastidio. Nulla. Mi allontano e penso con fastidio a tutta questa situazione e a quelli che puzzano, a chi mangia salame e aglio e gli umori che si mischiano quotidianamente nel grande tubo sotterraneo. L'odore di cane bagnato, quando piove, i sudori estivi.
Cadorna, è già Cadorna e sto perdendo l'uscita. Scatto di colpo, una molla, ma le porte si sono chiuse con uno che si è assottigliato davanti a me che riesce a entrare mentre fatico ancora a capire come abbia fatto. Proprio come ieri.
È come quei tiri a biliardo. La palla non la vedi, anzi ne vedi uno spicchio, una 'messa' al 90 per cento, ma quello spicchio lo vedi e dall'altra parte in quel pertugio dove vorresti passare con la tua biglia, stringendole i fianchi come in un risucchio d'aria temporaneo per poi riportarla bella tonda e luccicante, c'è il pallino. Non puoi toccare il pallino, non puoi sparare sul castello. Eppure mi hanno insegnato uno sfaccio, colpo violento a metà biglia, senza stop e leggermente a correre e in quel movimento tu miri il castello, e non ti importa del pallino, sai solo che si compie una magia, perché in quel 90 per cento che vedi, hai un 70 per cento di possibilità che l'impossibile si realizzi davvero. Che la biglia trattenga il respiro per passare e colpisca pulita la palla avversaria, senza fare morti nel castello e lasciando il pallino immacolato. Ecco quello è entrato così. Di sfaccio, a metà biglia, leggermente a correre e adesso mi guarda ansimante e con una leggera espressione di soddisfazione nello sguardo, ma leggera, perché è lui che è contento e non vuole condividere se non un senso di bravura, ma senza esagerare.
Io invece me lo sono trovato di fronte e la porta si è chiusa e dovevo scendere. Fanculo, penso cordialmente, ma fanculo. Mi capita sempre più spesso di sbagliare fermata, dovrò arrivare a Conciliazione, poi scendere invertire la marcia, scendere nuovamente a Cadorna.

E Lei dirà ancora quel nome e quella stazione e io dovrò scacciare il senso di ripetizione che mi disturba ogni volta che Lei ripete una cosa, quasi mi infastidisce, ma la colpa è mia, non sua.
E nemmeno della giovane sogliola che è riuscita a infilarsi nella ghigliottina senza perdere nemmeno un capello. Non ce l'avrei fatta lo stesso. Mi guardo intorno, malcelando il fastidio. Sguardi in avanti persi, cuffie bianche nelle orecchie, uno muove il telefonino su e giù deve essere il gioco delle navicelle spaziali oppure quello delle macchine da guidare spostando l'affare come un joystick. Mi guardo nelle finestre mentre il treno fischia sulle rotaie e vedo la camicia che esce dai pantaloni. Ma come è possibile che ogni giorno che mi infilo la camicia nei pantaloni nel giro di un'ora sia già uscita dalla linea di galleggiamento della cintura? Sarà la mia pancia, oppure la maniera di camminare.

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Mi ritornano alla mente immagini familiari di camicia tirata fin sotto il sedere e davanti per fino all'inguine e movimenti svelti per far salire le braghe a effetto pinza sul tutto. Forse dovrei cambiare tecnica e tornare all'antico. E scruto tutti i maschi 40-50enni sul vagone e osservo se la camicia esce anche dalla loro linea di mezzobusto, e già che ci sono se hanno una calvizie simile alla mia. Allora mi scruto nella finestra del vagone un'altra volta per cercare il raffronto e vedere se il paragone regge sui capelli, con quello là in fondo del terzo sedile. Poi mi ricordo che stavo guardando i passanti dei pantaloni e ci ritorno sopra con attenzione, ma fissare i pantaloni di qualcuno in metro non è sempre una cosa da consigliare, può provocare imbarazzo o una malcelata incazzatura e comunque un senso di fastidio. E mentre valuto e conto quanti maschi, quanti 40-50enni con calvizie e quanti di quelli anche con la camicia che fuoriesce dal pantalone, mi son perso perché i miei occhi leggono Pagano e ho saltato un'altra fermata. Allora la smetto e scendo e mi concentro. Sulla sua voce, sui miei passi e cambio direzione, Sesto Marelli sempre Linea Uno, sempre Rossa. Adesso scendo le scale, mentre quelle mobili salgono ritmicamente e il nastro nero sale e poi scende e poi sale e poi scende e così tutto il giorno senza che arrivi da nessuna parte. Paradossi, si chiamano mobili, ma da lì non si muovono.
Destra o sinistra, in centro no. Forse meglio in capo, che in coda, allora cammino e allungo il passo, perché il treno sta per arrivare, gli schermi di Telesia, la televisione della metropolitana, si bloccano e scattano sul 'non superare la linea gialla'. Non superare la linea gialla treno in arrivo e poi lo spostamento d'aria e la testa del treno che passa veloce e che frena, le porte che si avvicinano e mi trovo spesso fra un vagone e l'altro, conto in un secondo quanta gente sta per salire e quale gente, bella gente, gente lenta, gente che non lascia scendere prima di entrare. Poi vado. A destra, entro, cerco un posto, poi penso che è solo una fermata e poi penso che è stato un riflesso condizionato e poi non penso più perché se no perdo anche questa volta la fermata e finalmente arrivo a Conciliazione e me ne sto fra i primi, uno dietro di me mi tira uno spintone e bofonchia per uscire, mi sposto e a volte penso che la parola 'permesso' è da aggiungere alla lista di ciò che è desueto, morto, sepolto, cancellato. Comunque si parte ed ecco Cadorna.
Ho perso almeno cinque minuti, forse di più, controllo sull'orologio del signore di fianco.
Mi piace spiare l'ora da chi porta ancora l'orologio.

Ha un polso grosso così, per quanto mi riguarda poteva essere il boia dei bovini
in un macello, un colpo una vittima.

Forse un muratore, o forse Lombroso è un'ossessione per me. Sicuramente non un ballerino, mettiamola così e sorrido al pensiero. Me lo immagino in tutù, come gli ippopotami di Fantasia e lo faccio volteggiare e volteggiare, fino a che mi trovo i suoi occhi piantati nei miei e abbasso lo sguardo, non perché non sono capace di reggerlo, ma perché mi scappa da ridere. Sette minuti, ho perso sette minuti e devo fare presto. Perché io ho un appuntamento. Un appuntamento che non posso mancare.
Cadorna Linea Due, Verde.

IN CINQUE MINUTI SONO A CADORNA LINEA DUE,
VERDE, PASSO DALLA ROSSA,

3

Mercoledì

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate. Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

In cinque minuti sono a Cadorna Linea Due, Verde, passo dalla Rossa, salgo al mezzanino, attraverso come un salmone controcorrente, ci sono rivoli di persone, che si sfiorano, qualcuna entra in perpendicolare per raggiungere le scale che rituffano sotto, nella propria direzione, ecco è il mio turno, giro a destra, scendo i gradini, scambio un sorriso con la donna seduta che mi chiede dei soldi, mi vado a posizionare in coda, sulla banchina affollata. C’è un giovane che parla al telefono a voce alta e se ne sta davanti alla linea gialla, mano in tasca, l’altra all’orecchio, va un passo avanti e uno indietro e racconta, racconta come se fosse dentro una stanza vuota, dentro camera sua, la sua vita passa nelle nostre orecchie monca di risposte dall’altra parte del telefono, ma lui non esiste, anzi noi non esistiamo, perché è entrato nella dimensione parallela, quella di una voce che ti segue anche senza un filo che ti obbliga a una posizione fissa e alla lunga stanca. Con quello che si muove tu ti muovi, grandissima invenzione.

Un colpo di aria con il muso della Due che sfreccia e va in frenata in banchina, là in fondo.

Immagine Un colpo di aria con il muso della Due che sfreccia e va in frenata in banchina, là in fondo. Poi si ferma, la gente inizia a mettersi in gara per entrare, ma le porte non si aprono, perché il conducente è andato lungo e deve tornare indietro. Uno, due tre metri ecco che si ferma lo sbuffo e quelli che cercano di uscire e quelli che cercano di entrare, gli adesivi che ci passano davanti agli occhi fin dalla giovane età non significano più nulla e nemmeno gli stranieri sono giustificati, perché il disegno è tradotto e soprattutto è estremamente chiaro: gli stickman che entrano devono stare ai lati e permettere agli stickman che escono di passare al centro. Ma pare riguardi solo gli stick. Va così.

Guardo a sinistra. Sono due ragazzi, lei parla e parla, lui ascolta e sorride ogni tanto, ma accendo il cronometro per vedere ogni quanto sorrida, è stupefacente, ogni due secondi e mezzo, come se non stesse ascoltando, allora mi avvicino. Lei sta raccontando delle sue amiche e di un tizio, lui è sinceramente annoiato, ma finge bene, e sorride, uno e due e tre sorride, uno due e tre sorride. A lei basta, non se ne accorge perché appena finisce una frase ha un particolare o un altro aneddoto che parte come una nuova onda che si abbatte sulla spiaggia stremata. Eppure si tengono per mano. Adesso mi accoccolo nel sedile che prediligo, quello di inizio panchina, sulla destra, perché ci posso mettere il gomito sul sostegno e lasciar cadere un po' a penzoloni la mano. Sbuffano le porte, la sirena, il taglio della ghigliottina, sbabàm!

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Adesso sento un fastidio sul mio gomito. È una signora sui 45, non si capisce bene, è di spalle ed è grassa. E ha messo il suo grande culo sul mio gomito e io penso che se ne dovrebbe accorgere, o che lei pensa che io dovrei accorgermene e quindi levare il gomito e allora io non lo levo per una questione di principio, ero prima io qui e ci resto e se lei pensa che io lo levi, allora io non lo levo, così vediamo se davvero ha qualche cosa da dirmi. Ma lei non dice nulla anzi muove il sedere come per sistemarsi meglio e il gomito puntuto rimane lì a contatto con il suo enorme culo. Allora spingo prima piano poi più forte approfittando di una fermata e adesso vediamo se non ti dà fastidio. Nulla. Allora si insinua il sospetto che le piaccia. Le piace avere quel gomito a contatto con il suo enorme culo e il sospetto cresce e inizia ad avere i contorni del possibile, poi del probabile. Lo tolgo. Via il gomito, il culo si adatta subito e guadagna spazio, appoggia sul sostegno e straborda e adesso mi dà fastidio anche alla spalla, mi innervosisce, sto quasi per tirarle un morso quando scende insieme al resto della gente assiepata davanti alle porte del vagone e io rimetto il mio gomito sul sostegno. Con la stessa faccia di chi issò la bandiera a Iwo Jima.
Manca ancora una fermata e sono a Centrale. Ho un appuntamento e sono in orario. Io sono in orario, anche oggi.

Inizio a pensare che lei… no, scaccio il pensiero. Centrale. Mi devo alzare prima, perché, c'è da giurarci, ci saranno grossi problemi con le code a rotelle.

Maledetti trolley. Maledetto chi vi ha inventato. Maledetto chi ha pensato a una cosa che si trascina e non si spinge. Maledetto il vagone che è pieno di questi affari che seguono le gambe di chi guarda a testa in su per capire dove uscire, come arrivare al treno, dove obliterare o comprare il biglietto e con aria distratta prima va e poi si ferma. Di colpo, così, senza preavviso, e inciampi, oppure corre e inciampi perpendicolarmente, oppure si ferma di botto e sbatti e ti occupa spazio sulle scale mobili fino al bivio tanto atteso. Immagine  Io Gialla, gli altri verso la stazione dei treni, sulla rampa in salita mentre il rumore delle rotelle sui bottoni di gomma della pavimentazione canta un rullìo sordo che ha poco di poetico e riempie le mie povere orecchie. Lei non è venuta, la sento ancora che parla e che annuncia, ma non è riuscita ad arrivare, forse è inciampata anche lei in un trolley ed è caduta vittima del suo tubino o del tacco 12. Oppure si è guastato il microfono, o il regista l’ha trattenuta, o un grande produttore radio l’ha riconosciuta da una parola detta a mezza voce e la vuole strappare ai nostri sogni metropolitani. Gialla, Sondrio, Zara. Maciachini e Dergano. Zara.

 

OGGI MI PIACE GUARDARE NEGLI OCCHI LE PERSONE E FARE IO LA PARTE DELL'UOMO CHE AMMALIA LA BESTIA FEROCE.

4

Giovedì

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate.
Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

Oggi mi piace guardare negli occhi le persone e fare io la parte dell'uomo che ammalia la bestia feroce. Una ragazza, avrà 24 anni, la fisso. Prima gli occhi, poi scendo sulla bocca, il collo, la maglietta e i pantaloncini, le gambe e alla fine le scarpe. Lei ha già sentito lo sguardo e fa ancora finta di nulla, io continuo a guardare. La fisso e aspetto che lei mi guardi. Ma forse così è troppo sfacciato, allora provo di sbieco, ma con la pupilla vigile per vedere se lei alza la testa e punta dalla mia parte, poi di colpo torno sui suoi occhi, sono chini, poi ancora di sghembo, indifferente, quindi torno ancora sui suoi occhi. Bingo! Mi sta fissando, ma dura una frazione di secondo, perché distoglie e gira a destra e io distolgo e giro a sinistra lo sguardo. Poi calcolo una frazione che deve essere matematicamente certa, ma che non è misurabile se non d'istinto e torno a piazzarmi dirittonelle sue pupille e anche lei è lì e distoglie ancora. Io sono soddisfatto così e prendo un'altra mira.

Cordusio, fermata Cordusio. Oggi mi pare che tu abbia un po' di raffreddore, la voce è sempre affascinante cerca di capire, ma sento come una leggera costipazione, magari mi dirai. Perché io ho un appuntamento. È con te. E mentre lo dico sorrido leggermente e mi giro verso sinistra in cerca della mia prossima preda e vedo un idraulico irsuto.

Mi sovviene quel gioco che facevo da bambino sulla somiglianza fra esseri umani e animali.

Ecco, questo tipo è davvero interessante. È a metà fra un istrice e un cinghiale, anzi un cinghialotto, perché non è che svetti proprio. Gli occhi sono vicini, piccoli e scuri.
Mi becca al primo colpo e la sua mimica è già sul 'cazzovuoi'. Mi giro distratto e poi lo guardo di soppiatto, sta consultando la rubrica del telefonino con due dita enormi e sporche di grasso, la cassetta degli attrezzi è ai suoi piedi. Forse gli si è fermata la macchina, oppure non è un idraulico, ma un aggiustatutto della metropolitana, comunque la sua espressione è sempre quella, anche se non lo sto guardando e ha occhi solo per il display del telefonino. Cazzovuoi. Deve avere quel Cazzovuoi anche a casa, quando si siede di fronte a sua moglie che gli ha scodellato una pasta gigante con tre vasetti di doppio concentrato al sano olio di oliva, almeno un mezzolitro.
Immagine Mi giro ancora, ma no. Sto fermo, perché sento uno sguardo da destra, mi giro piano con il collo, ma veloce con gli occhi. Studente universitario, barbetta accennata, jeans, maglia e felpa, borsa di cuoio abbastanza logora, un i-pad in mano e l'indice che si trattiene, spinge un po' in giù e poi lascia di colpo. Aggiornamenti di posta, sicuro. Ma la linea lo ha abbandonato, pare e allora guarda, ha alzato miracolosamente la testa e guarda. E mi guarda. Io lo guardo, mi guarda, lo guardo, simula indifferenza e si rituffa nelle magiche creature di Steve Jobs. Allora io guardo quanti telefonini ci sono nelle mani, quanti sono di Steve e quanti sudcoreani, svedesi, una bella lotta, ma soprattutto quanti telefonini riescono a stare in un vagone, quanti giochini cazzuti occupano quanto tempo di quante vite. Anche perché me lo ricordo ancora quando si iniziò a prendere anche qui sotto, dove una volta era rimasto un territorio sperduto per le connessioni, un territorio ancora del tutto simile a qualche cosa che si era respirato per decenni, un luogo diverso, quasi interiore. Adesso meno, i cavetti bianchi me lo confermano, i pollici che vanno su e giù o che si allungano alla ricerca di un tasto, di un like, di una foto da pinnare, o di una da condividere via instagram. I prossimi cinquant'anni come saranno qui sotto, mi domando mentre ho perso anche la voglia del gioco del guardare e mi sono rinchiuso nei miei pensieri.
Cadorna, fermata Cadorna, ecco lo dicevo io. Quelle nasali proprio non vanno oggi, hai sicuramente il raffreddore.
Linea Due verso Centrale. Adesso sarei in tempo per l'appuntamento, ma sento che succederà come ieri e come ieri l'altro, son solo presagi, forse creati ad arte in una scusa che si appoggia alla scaramanzia.
Dergano, Linea Gialla, sirena sbuffo e porte che sbattono.
Non c'era ancora nessuno al mio appuntamento.
La colpa è mia, non sua, la colpa è mia, ho capito male, sicuramente.
Non ci credo fino in fondo, ma consola.

CHIUDE IL LIBRO E SENTO CHE IL PROFUMO SI FA PIÙ INTENSO, SI DEVE ESSERE ALZATA LA TEMPERATURA CORPOREA E PERCEPISCO AGITAZIONE

5

Venerdì

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate. Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

ImmagineDeve essere sera fuori, anche se il neon non mi dice nulla. Lo capisco dalla gente in banchina, c'era un a gran ressa e poi il vuoto. Tranne queste persone che aspettano, più che altro coppie in effetti. Credo vadano a teatro. Alcuni scenderanno a Duomo, li vedo eleganti e scuri, le signore hanno vestiti lunghi e già mi pare di vederli in un palco della Scala. Perché ci sono anche quelli che prendono la metro per andare a teatro, o a un concerto, o a una serata, magari con un bel documentario. Anche se pensandoci bene qui a Milano non è che ci sia poi una massa di documentari da andare a vedere. L'ululato del tratto centrale del percorso fra una fermata e l'altra mi culla, adesso arriva la frenata. Anche il macchinista deve essere stanco, ha strappato leggermente, adesso riprende la frenata lieve e arriverà l'annuncio, poi lo sbuffo e poi le porte che sbattono inesorabili con quello scalpiccio di chi esce e di chi entra. Ma è più rarefatto, i suoni si sono amplificati mentre ho gli occhi chiusi, perché c'è meno gente, meno corpi, più spazio per dilatare le sensazioni. Un profumo o un olio essenziale, perché è molto forte e mi penetra le narici insistente. Camicetta a fiori, jeans, capelli raccolti con un fermacapelli in cuoio. Il jeans è sdrucito ai talloni, le vanno sotto la suola, ma non le dispiace, e sta leggendo qualche cosa un libro sottile, mentre ogni minuto compulsa il telefonino e scruta ogni fermata che sta per arrivare. Deve avere un appuntamento.
Anche io ne ho uno, penso felice. È per questo che sono qui a quest'ora. Questa volta devo aver capito bene, non mi posso sbagliare. Comunque la colpa non è sua, la colpa è mia.
Chiude il libro e sento che il profumo si fa più intenso, si deve essere alzata la temperatura corporea e percepisco agitazione, apro gli occhi e lo vedo entrare. Lei si alza e gli va incontro, ma allora mi alzo io e cedo il posto, così possono stare vicini, mi ringraziano veloci e iniziano a parlare fitto fitto. Lui camicia senza collo, barba sfatta di una settimana, capello un po' lungo, anche quello da una settimana senza uno shampo, ma non gli sta male, con occhiali squadrati neri, devono essere Ray-ban, spio la stanghetta mentre si china per allacciare delle Clark scamosciate. Sì ci ho visto bene.
Questa sera non ho scelta, devo andare.

Salto Cadorna, anzi no, scendo al volo e prendo le scale mobili.
Non c'è nessuno davanti a me solo i gradini che salgono con un leggero scatto e un tremolio meccanico ripetitivo e l'ultimo cade, l'ultimo cade, l'ultimo cade, mentre dietro di me uno spunta e poi un altro e un altro ancora.
Non ho mai capito perché il nastro nero va più veloce della scala. Lascio la mano sul nastro e aspetto e la sento trascinata in avanti e sempre più avanti, fino a quando la devo togliere per non inarcarmi in avanti. Non si deve giocare con le scale mobili, è una cosa che si sa. Chi non ha provato a risalirle all'incontrario? O a scendere più veloce di quanto salgano?
Quasi tutti, mi rispondo, imbecille, solo tu ci hai provato e qualche ragazzotto che come te si sarà guadagnato i graffi dei denti metallici che corrono in verticale sul gradino e che quando cade diventano, a piombo, come dei cortissimi e implacabili pettini che ti grattano via epidermide e fanno affiorare il sangue. Comunque alla fine ero riuscito a rimettermi in piedi e non lo avrei mai più fatto, come frenare con il piede sinistro, come avevo fatto a vent'anni al Parco Sempione alle tre di notte, e per fortuna, perché altrimenti…
Centrale. Gialla, Linea Tre. I cubetti di porfido che affiorano dappertutto con il giallo di ordinanza e il rosso degli sgabelli. Siamo sempre meno, e il mio appuntamento?

Mi siedo e mi lascio dondolare dall'abbrivio della partenza. Quanto devo andare ancora in giro questa notte?

ImmagineLei è ancora lì che annuncia: Zara, fermata Zara. Io proseguo, Dergano, Affori, cambio banchina, torno indietro, fino a Centrale, Linea Due, Verde, sedili a due a due, poi sedili a specchio e poi Cadorna, Linea Uno, Rossa, arrivo a Duomo. Adesso ho sonno, non vorrei, ma mi appisolo e sento solo le voci lontane come se fossero ovattate. Non sono voci sono monosillabi al telefono. Sì, sto per arrivare. Sì, ti aspetto al parcheggio. Ho la bici, non ti preoccupare. Domattina alle 9 puntuali, risate complici e un rumore indistinto che proviene dalla mia sinistra. È come un soffio, è un brontolare che mi sveglia dal torpore comatoso nel quale ero finito. Sta dormendo. E russa, piano. Ha uno strumento in grembo, una piccola maracas e c'è anche un'armonica e come una grancassa attaccata alla caviglia. Mi ricorderebbe Bert di Mary Poppins prima di saltare dentro i quadri che aveva appena disegnato con il gesso, prima che l'acquazzone se li portasse via tutti quanti. Ma è vecchio e non gli somiglia per nulla. Si sveglia di colpo mi guarda e ha l'aria di voler attaccare bottone, io giro la testa dall'altra parte. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di sentire la mia voce, non ho voglia di emettere fiato nelle mie corde vocali e allora lui si gira da un'altra parte dove c'è un signore con la faccia tonda e i capelli a spazzola, una maglietta con una frase americana, dei pantaloni arancioni e delle scarpe da ginnastica nuove di zecca, fiammanti. Lo guarda e inizia a raccontare. Quello lo segue e annuisce, è evidente che capisce la metà di quello che gli viene raccontato, ma non ce la fa proprio a interrompere quel fiume in piena e d'altro canto come potrebbe? Non si fermerebbe per nulla al mondo il nostro Bert depresso, perché sta raccontando di quando era al manicomio e delle torture che gli infliggevano elettrodi compresi, prima che riuscisse a uscirne fuori, piuttosto malconcio a dir la verità e a cantare sempre e ossessivamente tre canzoni, sempre quelle tre, appisolarsi, poi svegliarsi e raccontare la sua storia. Facciatonda e capelli a spazzola continua ad annuire anche quando il nostro gli fa delle domande, il che provoca dispetto, si spazientisce e chiude con un machenevuoisaperetu e si rimette in bocca la sua armonica.

NON TI PUOI FERMARE, 365 GIORNI L'ANNO, ANZI ESCLUDIAMO IL PRIMO MAGGIO E FORSE IL GIORNO DI NATALE.

San Babila fermata San Babila, la sua voce non sembra stanca, ma è l'ultima corsa e io sento che è ora che si riposi. Un lavoro duro, dalle 6 del mattino, nel suo tubino nero, tacco 12, il microfono anni '50 e il tecnico e il regista a fare cenni a dare attacchi per ogni fermata. Non ti puoi fermare, 365 giorni l'anno, anzi escludiamo il primo maggio e forse il giorno di Natale.
Ultima corsa, sono arrivato fino al capolinea della Rossa e le luci si spengono nel vagone e il conducente controlla carrozza per carrozza e mi trova sulla panchina che guarda verso la banchina, ultima sedia a sinistra con il gomito appoggiato al sostegno, nella mia giacca nera e camicia bianca e mi dice che devo scendere.
«Ma io ho un appuntamento».
Anche lui, dice, ed è più urgente del mio, lo aspettano a casa e domani ha anche il turno presto. Quindi mi fa segno con la mano, se vuole uscire, qui si chiude e lasciamo spazio ai ragazzi delle pulizie, che non manca poi così tanto a ripartire. Lei deve essere già uscita, non la sento più, nemmeno quando esco in banchina e aspetto l'ultima indicazione su dove mi trovo. Mi toccherà la sostitutiva, che per di più è muta. Ma è solo un incubo, mi sveglio a Palestro, riguadagno San Babila, mi spingo ancora una più un là, giuro, poi ricambio banchina e senso di marcia. I miei compagni di viaggio ciondolano, adesso. Sono disseminati a zig zag nei vagoni, qualche giovane ride molesto e fa la scimmia sui sostegni, ce ne è uno che sta graffiando un vetro, credo con un accendino di metallo, e uno con un pennarello che si dà un gran da fare. Non è più così giovane e continua a guardarsi alle spalle mentre scrive, in maniera preoccupante. Poi lo sbuffo l'annuncio, le porte che stanno per chiudersi e lui che scende di corsa.
Lucifero Culo, c'è scritto.

 

LE LUCI SI PERDONO NEL BUIO RISCHIARATO SOLO DALL'ARRIVO DI UN ALTRO TRENO E DEI SUOI FARI CHE ILLUMINANO

6

Sabato

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate. Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

Tre violini e una fisarmonica, una chitarra. Vivaldi. Sicuramente Vivaldi, diciamo in una libera interpretazione, ma non credo che gli sarebbe dispiaciuta. Era due fermate fa', poi c'è un balafonista che suona un tema che avevo sentito da un rumeno musico ambulante a Bilbao.
Questo era la fermata scorsa. Adesso c'è una signora dell'Est, credo, che canta paese mio che stai sulla collina. Il vecchio addormentato sono io. Ieri ho fatto tardi e adesso sono ancora qui a cercarla fra la gente.
Ci sono i bambini! Ci sono dei lavoratori di sicuro in giro per la città, forse anche uno di lanterne, perché ho visto un padre con un legno con un gancio alla fine che raccontava qualche cosa a proposito di elfi e leggende. Quando sono entrati nella carrozza Lei stava finendo di dire Linate e mi son perso dietro la sua voce, così ho perso anche la fine del racconto della leggenda dell'elfo, ma forse era un santo e le lanterne, ho capito solo che in qualche maniera cerano anche delle oche. Guardo fuori dal finestrino di fronte e il neon è ritmico. Appare striscia via veloce, appare e striscia veloce. Appare e striscia veloce, mentre il più va veloce, più aumenta l'ululato del serpentone metropolitana nel tubo sottoterra. Mi ricordo a Dergano una sfilata di lanterne, mi avevano fatto venire in mente le luci al neon che in mezzo alle due banchine si perdono dentro il tunnel quando guardi verso la direzione che la testa del serpente prenderà una volta caricati tutti i passeggeri. Le luci si perdono nel buio rischiarato solo dall'arrivo di un altro treno e dei suoi fari che illuminano, un poco, i muri della galleria rima di entrare – spostamento d'aria – in banchina e di rallentare fino all'imbocco della successiva galleria. Poi una frazione, poi lo sbuffo e le porte che si schiudono e accolgono e poi sbuffo e sbadabàm un taglio netto con quello che hai lasciato su quella banchina e riparti per dove devi andare.

Io non devo andare da nessuna parte. Io ho un appuntamento e oggi è sabato, giorno di appuntamenti senza scuse lavorative, oggi sono più che mai determinato.

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Due bambine, con i genitori, hanno dei monopattini. Entrano veloci, attente alla porta, attente, tenetevi ai sostegni dice il padre ansioso. La madre si siede e prende la piccola sulle ginocchia, la grande di fianco e il padre a seguire i due monopattini frenati dai piedini, ma ci giocano avanti e indietro, avanti e indietro e uno scappa e va a colpire il piede del signore di fronte, maglia a righe, barba ispida che grugnisce, mentre la vicina, una specie di nonna mancata fa esplodere il sorriso bonario che non riusciva più a trattenere e si informa sull'età, sui nomi ed è tutto un gorgoglìo di buoni sentimenti. Escono, vanno al parco, meglio per loro.

Cordusio, Cairoli, il Castello, entra una specie di cortigiana, è grassa, è bionda, è truccata in maniera grossolana e ha un cane bianco di quelli di piccola taglia. Dietro di lei entra un giovane: capelli neri, baffi neri, maglia sabbia, probabilmente egiziano. Si siede vicino alla signora che emette un profumo sgradevole, dolce e dozzinale. Il giovane inizia ad accarezzare il cane, il cane abbaia in maniera stridula e con un tono che picchia nelle orecchie. Primi segni di fastidio a bordo. Il giovane continua ad accarezzare il cane che adesso gli mette le zampine sul ginocchio, la signora continua a dire, zitto zitto, non abbaiare, stai buono, ma sorride ed è compiaciuta del cane, dell'abbaiare e del giovane che accarezza il cane. Il cane continua ad abbaiare e ora iniziano a sibilare parole poco gentili e sguardi sopresi, arcate sopracciliari che si arcuano ancora di più, il giovane prosegue nello stimolare il cane in un climax insopportabile fatto di carezze, di sgridatine gentili, di zampette che si appoggiano eccitate e di giovane eccitato, Immaginecane che sgrida entrambi e signora che mette le zampine sul corpo del giovane con i baffi, in un crescendo di immaginazione o incubo che il 90 per cento dei presenti ha trasformato in una scena da film porno di quarta categoria, con la grassona che ride, il giovane che si dà da fare e il cane che abbaia e incita come un timoniere in voga o come colonna sonora. Vola una bestemmia, un giovane la lancia mentre esce dalle porte. Centrale, esco e maledico il cane, il giovane baffo nero e la signora e chi vende profumi così maledettamente schifosi. Zara, Sondrio Maciachini.
Niente, anche oggi niente, ma la sua voce suona e io non perdo le speranze.

 

LA FIGURA È SOTTILE, SEDUTA CON GRAZIA E HA DUE GUANTI CON PIZZO NERI ALLE MANI, CHE APPOGGIA IN GREMBO IN MANIERA MOLTO ELEGANTE.

7

Domenica

San Babila, fermata San Babila, corrispondenza con autobus 73 per aeroporto di Linate. Li-na-te, come lo dice bene. Trisallibico, scandito, richiudo gli occhi. Tre, due, uno, adesso si aprono, lo sbuffo, la gente sale e scende.

Secondo me è cinese. Oppure vietnamita, o forse giapponese. Deve essere giapponese ed è una cantante d'opera. Ma è troppo minuta per essere una cantante, oppure no, beh chi l'ha detto che devono essere più in forma?
È davanti a me, è pallida, gli occhi perfetti e allungati, il trucco da teatro, i capelli neri fini e squadrati al millimetro. La figura è sottile, seduta con grazia e ha due guanti con pizzo neri alle mani, che appoggia in grembo in maniera molto elegante. Non guarda, gli occhi sono abbassati. Per un attimo mi ricordo di chi ha visto la metro di Tokyo, con i colori associati alle fermate, perché siano riconoscibili in maniera fulminante, o con gli addetti che ti spingono dentro i vagoni.
Devo ricordarmi della Lilla, penso, sulla Linea Cinque non ho ancora provato.
Perché io ho un appuntamento e oggi è domenica è il settimo giorno, per chi ci crede è il giorno del ImmagineSignore e per chi non ci crede è quello del riposo, del ritmo lento, del risveglio più trattenuto, di quattro pensieri fra le lenzuola prima di appoggiare i piedi per terra. Domenica e Lei parla: Duomo, fermata Duomo, apertura porte..
Non riesco a farmene una ragione e non riesco nemmeno a detestarla. Non riesco perché sicuramente la colpa è mia. Non sua. La colpa è mia. Lei con tutto quel lavoro, sette giorni in un tubino, tacco 12, il regista, il fonico e quel rettangolo che ogni munto, minuto e mezzo dice 'On Air' e quelle parole che deve dire, sempre uguali, mai un variazione. Forse è ai servizi sociali e io non lo sapevo, forse ha commesso una ingenuità, non può essere capace di un reato e l'hanno destinata, per la sua voce celestiale, a quel tipo di servizio. Oppure è una condanna che si auto-infligge per espiare una colpa, un tradimento, un voto mancato, la rottura di un patto. Forse era una suora e si è persa via, è scappata, ha fornicato e adesso vuole scontare la sua pena morale. Forse era una poetessa ed è andata in crisi di ispirazione e dopo un esaurimento nervoso che l'aveva conciata come una piccola larva in stato parassitario ha trovato l'unica via di uscita nella ripetizione continua e serrata di queste parole? Forse è una minimalista pentita, forse ha un padre ostaggio della mafia e solo il fatto che lei sia lì a dire sempre le stesse cose lo mantiene in vita, come una condizione da rispettare, pena la morte. O forse è una aliena e viene semplicemente da un altro mondo e quello che dice in quel suo perfetto italiano, nella ripetizione, è un codice che trasforma un poco alla volta la nostra città e noi non ce ne renderemo conto fino a quando ci spariranno i binari da sotto il vagone. Centrale Linea Due, Verde. Mah, oppure è semplicemente che io non riesco a essere nel posto giusto, mentre mi infilo gli auricolari e inizio ad ascoltare The Machine di Parallel Dream con il repeat.

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Non sento più gli sbuffi, non sento le porte, chiudo gli occhi e ascolto, la gente mi passa davanti e io non guardo nulla sento solo la musica ripetitiva e ripetitiva e Zara, Sondrio, Maciachini, poi torno su Zara e Sondrio, Linea 5 Lilla avanti e indietro. Fino a quando si scarica e la musica si interrompe proprio mentre uno sbuffo annuncia uno sbadabàm e un sirena risuona ancora nell'aria, segnale che si riparte.

Perché io ho un appuntamento e quando ci penso, mi viene uno strano sorriso sulle labbra. E quando mi giro vedo una signora, quasi una nonna che ricambia immediatamente quel sorriso pensando a un po' di umanità in questo tubo metropolitano che scorre sottoterra. Ma io in realtà sto sorridendo per me, perché Lei non lo sa, ma io sì e ci credo, che oggi io ho un appuntamento.

Centrale, Cadorna, cambio Linea, Rossa. San Babila, Duomo, Cordusio, Cadorna. Cambio Linea, Verde. Centrale. Cambio Linea, Gialla: Affori, Maciachini, Zara, Maciachini.

Perché io ho un appuntamento.
E mi si stampa uno strano sorriso quando ci penso.

Crediti

una produzione Polifemo Fotografia
testo e audio: Angelo Miotto
fotografie e video: Leonardo Brogioni
montaggio: Ornella Sinigaglia
grafica e web design: Mstudio

Remix audio effettuati sul brano "Coffee and Cigarettes" di Paralell Dreams creative commons
Progetto voluto e realizzato da MM Spa. Aiutaci anche tu a raccontare Milano, scrivi a : storytelling@mmspa.eu