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La Città

Tutto si sarebbe consumato in fretta. E nel giro di pochi secondi. Era l'ora. La linea dell'ombra tagliava a fette sempre più grosse il muro della camera.
La luce calava, l'ombra saliva, inesorabile. Solo il tempo di guardare veloce verso i vetri di una grande finestra e vedere nel cielo come un lampo sparire, lasciando intravedere un chiarore nella polvere in alto, la Città quasi interamente coperta dall'ombra.

IL MURO.
GRIGIO, ALTO, ALTISSIMO.

L'unica eccezione era la Torre, che brillava come una stella. Il prisma di cristallo che dominava l'alta costruzione di ferro e mattoni, vetro e cemento, mandava un bagliore accecante. Lì si riuniva il Consiglio, lì tutto era ancora luce, mentre nella sua camera la mano cercava di telecomandare con segno nell'aria l'accensione della lampada sul tavolo.
I palmi delle mani appoggiati alla finestra, la fronte che lentamente si posa fino a sentire il freddo del vetro, lo sguardo fisso su quel muro. Il Muro. Grigio, alto, altissimo.
Era stato costruito diverso tempo fa', non sapeva quando; suo padre e sua madre non avevano molto da dire sull'argomento. Il Muro c'era, c'era sempre stato? Non ricordavano.
Era circolare e chiudeva tutte le vie di accesso alla Città. Chilometri di materiali a prova di attacco, perché in Città il Consiglio aveva sempre detto che quello era lo strumento migliore per evitare che succedesse quello che era avvenuto fuori, là fuori, dove nessuno riusciva a vedere cosa ci fosse. Nessuno, tranne chi stava seduto su una comoda poltrona rimirando quel mondo, oltre il Muro. Sette poltrone, i Sette Consiglieri. Avevano tutto il potere sulla Città. Energia, carburante, servizi e rifornimenti.
E avevano tutti insieme la proprietà di RigenerAqua SpA.

PERCHÉ L'UNICA COSA CHE NON C'ERA ORMAI DA DECENNI, IN QUELLA CITTÀ, ERA L'ACQUA.

Il Muro li aveva salvati, parola del Consiglio. Erano ancora vivi ed erano riusciti a ristabilire ordine e disciplina.
Dalla sua finestra, al decimo piano, poteva vedere nebbia e polvere verso la strada, mentre il cielo virava verso sera e poi la notte, le luci della Torre si sarebbero accese, mentre nelle case, negli uffici, ai distributori automatici, sarebbe apparsa la luce verde dalle macchine che portavano dappertutto una lattina argento con quel logo fosforescente: R.A.
Era l'alimento principale, un concentrato di sostanze che bastavano all'organismo.
Tre lattine ogni giorno, con diversi sapori a scelta, sul metallo. Bastava schiacciare l'indice su quello desiderato e la bevanda passava dall'aroma caffelatte a quello di un primo piatto fumante, alla carne, il pesce. 25 centilitri da tracannare in quindici secondi, tre volte al giorno, nulla di più.

L'acqua era un lontano ricordo, ne parlavano i nonni quando indicavano i corsi del naviglio in secca, in qualche vecchia fotografia, o i luoghi dove una volta zampillavano fontane.
Oppure ridendo alle domande di chi chiedeva cosa fossero quei piccoli mostri dorati e verdi, abbandonati lungo le strade o dentro spazi abbandonati dove vecchi cartelli arrugginiti lasciavano intravedere ancora qualche parola: giardini su uno, orario invernale, su un altro.
La Città viveva di ordine e di geometrie sociali ormai rodate.
Professioni, mestieri, scuole e licei, università e classi sociali che si perpetuavano nel tempo senza che vi fossero mai problemi. Tre volte al giorno la lattina, quindici secondi e tanto bastava. Niente bar, nessun ristorante, il senso del gusto era ormai dimenticato, mentre tatto, vista e udito erano spesso concentrati su quella polvere sottile che viaggiava fino all'ottavo, decimo piano dei palazzi, sollevata dalle macchine, dai mezzi di superficie e dalle bocche di aerazione delle metropolitane veloci che sezionavano le viscere della Città.
Poche domande, pochi dubbi: RA e il suo logo fosforescente, tre volte al giorno, erano la medicina per il controllo dei temperamenti, per un lento e continuo lavorìo di rimozione della memoria con una sensazione di benessere e piacere che era stata aggiunta nella ricetta originale, per creare una dipendenza non solo inconsapevole, ma inconsapevolmente amata.

Cosa vi fosse fuori dalle Mura nessuno lo sapeva, anche perché nessuno aveva consapevolezza di una domanda possibile.

Era così, la bevanda era vita, l'occupazione quotidiana portava al riposo, con una rete interna di intrattenimento gestita dal Consiglio, un piccolo mondo parallelo per Avatar naif. La lattina era davanti ai suoi occhi, sul tavolo. Sbarcata dal tubo a compressione che aveva segnalato il verde, l'arrivo. Lui la guardava indeciso, fino a quando l'immagine di metallo andò fuori fuoco, le pupille tornarono a cercare le Mura ormai nere e quel pezzo di cielo grigio scuro che fra poche ore sarebbe tornato a illuminare per qualche ora la Città.

MI PIACE STARE NELLA PENOMBRA E GUARDARE I FARI DELLE AUTO GIÙ FRA LA POLVERE, NELLA STRADA E L'OMBRA SALIRE SULLA PARETE, QUANDO LE MURA CI TAGLIANO LUCE.

2

Yuri

Mi chiamo Yuri e ho 23 anni. Abito al decimo piano di Hadzacity, che è il quartiere Nord della Città. I quartieri sono nove e io vivo nell'ultimo. Il centro e la periferia non esistono più. Oggi tutte le zone della città hanno un nome e un governatore che risponde direttamente al Primo Cittadino e al suo governo, nominati dal Consiglio.


Mi piace il mio appartamento: dalla porta sei subito in una sala con una parete finestra, un armadio, il bagno e una stanza da letto. Il tubo ad aria compressa scende come una liana di acciaio sul ripiano, con un bordo alla fine, per non far cadere la lattina di RA. I vetri della finestra sono fotosensibili.
La domotica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni: un sensore capta il movimento delle mie mani, con le dita e posso disegnare nell'aria quello che voglio che accada.
Mi piace stare nella penombra e guardare i fari delle auto giù fra la polvere, nella strada e l'ombra salire sulla parete, quando le Mura ci tagliano la luce.
La casa, qui alla Città, viene consegnata ai sedici anni; da allora vivi da solo. I grattacieli sono divisi per età: coetanei insieme fino ai sessant'anni, se single, oppure giovani coppie, poi si mischiano gli ultra sessantenni con le giovani famiglie che hanno appena avuto figli, perché ci sia scambio di servizi fra chi guarda i piccoli e chi cura i più vecchi, fino a quando questi vengono trasferiti nelle Ultime Case.

SUDAVO, I POSTI CHIUSI MI METTONO ANSIA.

La mia vicina di casa si chiama Cloe.
Ieri sono rimasto chiuso nell'ascensore con lei per un'ora e venti minuti, così ci siamo conosciuti un po' meglio rispetto agli ultimi sette anni.
Sudavo, i posti chiusi mi mettono ansia. Lei era tranquilla, cercava di parlare del più e del meno, del suo corso di programmazione. Ma non riusciva a strapparmi molte informazioni sulle mie lezioni di ingegneria strutturale, perché ero come paralizzato. A un certo punto ha smesso di far domande e mi ha raccontato di sé. Io la guardavo negli occhi per cercare un'ancora per fermare la deriva del panico.
Credo l'abbia capito, credo non abbia frainteso. Comunque i suoi occhi sono belli, verdi. Ci hanno tirati fuori per ora di cena, mi sono scusato e ci siamo rivisti un attimo sull'uscio delle rispettive case, per tracannare la seconda lattina di RA, in quindici secondi. Avevo ripreso un certo colorito, poi ci siamo salutati. Ci vediamo domani, le ho detto con un certo piglio.
Mio padre è un autista di metropolitana, mia madre lavora nell'ufficio dei Libri.
È dove decidono quali sono le uscite da lanciare sulla rete e quali arrivano direttamente sui nostri lettori. Vivono a ExpoCity, credo siano felici, ci vediamo la domenica una volta sì e una no, da sempre, perlomeno da quando mi han fatto andare via da casa.

Poi è arrivato un lunedì, con Cloe che tiene aperte le porte dell'ascensore, sono le 8.30 del mattino, fuori è ancora ombra e polvere, la prima RA è nello stomaco.

La guardo titubante, abbozzo un sorriso poco convinto.
Speriamo che vada meglio questa volta, dico e sfioro il tasto.
Le porte si chiudono e scendiamo veloci, lo stomaco in gola.
Le porte si aprono, mi levo una perla di sudore dalla fronte, Cloe si gira e sorride.
- È andata bene, hai visto?
- Non sopporto i posti chiusi.
- L'avevo capito.
- Si vedeva molto? Sorrido
- Mi guardavi come un maniaco omicida, sorride, per il resto era tutto normale.
- Vado verso TécnoCity, tu?
- Vengo con te. Metro?
- Moto.
Sudori al chiuso, ma sulle due ruote sono una scheggia.
Sale dietro, le metto un collare di acciaio, schiaccia un pulsante sul lato e dalla base un casco avvolge la sua testa. Restano fuori i capelli castani. Metto il mio collare, mentre si forma il casco appoggio le mani al manubrio e si vestono di guanti, metto in moto, parto.

È successo tutto in fretta, la via era sbarrata per un'operazione di carico scarico, ma il lampeggiatore dei lavori era rotto, nella nebbia di polvere grigia. E così, per non andare a sbattere, scalo la marcia e mi butto in una stradina a destra, poi nel tentativo di tornare sulla strada inforco una serie di sensi unici, che mi portano sempre più fuori, le Mura si avvicinano, il traffico si fa rado. Cloe mi indica una via, poi un'altra, come se ci capisse qualche cosa di quel dedalo in stato di abbandono. Rimaniamo solo noi in moto, persi dentro quel groviglio di stradine disabitate, finché mi preme sui fianchi e mi invita a fermarmi. Scendo dalla moto per guardare.
Dove sono finito, penso. Saremo a un paio di chilometri, non di più, in linea d'aria dal punto in cui ho deviato. Anche Cloe scende e si guarda intorno stupita. Diamo un'occhiata, dice, mentre si toglie il casco e alza il collo della sua tuta, che diventa un filtro per non respirare polvere.
Non so se è una buona idea, dico, ma faccio lo stesso e iniziamo a camminare. Sono le case vecchie, quelle basse e ormai inutilizzate. Ne sono rimaste poche, ormai, tutte ai piedi delle Mura. Una porta è aperta, entriamo. Ci sono delle feritoie e delle scatole di legno con sopra dei pezzi di carta strappati e dei nomi.

Scale di pietra e una ringhiera di ferro, pericolanti, che vanno verso l'alto. E una porta di ferro che porta nei sotterranei.

Provo la maniglia, si apre, Cloe mi spinge quasi, dolcemente, verso le scale, scendiamo, ma la galleria si fa stretta e sento un odore di chiuso, di un posto che chissà da quanti anni non vede anima viva. Il corridoio è stretto adesso e usiamo la torcia dallo smartwatch per veder qualcosa di più.
Qui sotto non c'è polvere, mi dice Cloe. È vero, rispondo e abbasso la tuta, via il filtro. Anche lei se lo toglie. In fondo al corridoio di intonaco grezzo c'è una porta di legno, con un chiavistello malandato, traballa.
Ci guardiamo.
- Al tre
I nostri piedi sul legno che cede e dietro una stanza con bauli e valige.
Sono vecchi, di plastica come si faceva una volta, quella che non si riciclava più, ci sono anche dei fogli attaccati alle maniglie delle valige e in un angolo una cucina giocattolo rosa, una bicicletta piccola, i raggi arrugginiti, le gomme sgonfie, un quadro con il vetro scurito dalla polvere e una cassa di legno con un segno rosso stampigliato sopra.
Muovo la bicicletta, cerco di capire se funziona, ma la gomma si sbriciola, secca, il copertone è deforme. Allora mi avvicino alla piccola cassa, mentre sento trafficare Cloe con il quadro. La cassa sembra leggera e allungo una mano mentre Cloe posa a terra il quadro e lancia un urlo di sorpresa. Mi volto e la vedo con gli occhi rapiti, le braccia che tengono alto un piccolo libro. - O mio dio, dice con voce fioca, e questo cos'è?

QUATTRO GUARDAVA LONTANO, SPROFONDATO IN UNA POLTRONA GIREVOLE.

3

Il Consiglio

Quattro era seduto al grande tavolo di cristallo, dentro la sfera, sulla cima della Torre. La sala era alta almeno otto metri ed era una vetrata da cima a fondo, trasparente il pavimento, trasparente ogni spazio a guardare in tondo.


Le Mura erano sotto, il sole quasi allo zenit, i suoi raggi mitigati dalle protezioni fotosensibili.
Quattro guardava lontano, sprofondato in una poltrona girevole.
Dall'altra parte della stanza Sette stava consultando il suo smartwatch, scuotendo la testa perfettamente rasata, mentre Due giocava con una scacchiera tridimensionale agli scacchi viventi, piccole illusioni oleografiche che si spostavano con un semplice impulso del pensiero. Ai quattro punti cardinali delle aperture cilindriche con una piattaforma sospesa nell'aria. Era da lì che salivano e scendevano lungo la Torre, per raggiungere la sala dai propri appartamenti.
Cinque e Sei arrivarono quasi simultaneamente, Uno li raggiunse al tavolo, dove si accomodarono su sedie di legno chiaro.
Cavallo, alfiere e pedoni, con re e Regine, si dissolsero nell'aria, con una lieve interferenza, mentre davanti ai sette Consiglieri si accendeva un rettangolo luminoso, per annotare e vedere dati, perché questa era la sede delle decisioni di RigenerAcua SpA.
Uno aveva una tuta rossa, mentre gli altri erano vestiti con tonalità scure e cangianti, quando il sole le intercettava.
- Signori, possiamo cominciare, disse Uno.
Un nugolo di numeri si materializzò in mezzo al tavolo, sospesi per aria e si ingrandivano e ruotavano fra i consiglieri mentre Uno leggeva la relazione di accompagnamento al bilancio.
In attivo, come sempre.
Elettricità, carburanti e qualsiasi tipo di servizio passava dalle loro mani e dai loro libri, oltre alla vera ricchezza che commerciavano.

I numeri caddero dalla nuvola sopra il tavolo disintegrandosi con qualche effetto luminoso mentre toccavano il piano di cristallo.



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Le facce erano soddisfatte.
- Ci vorrebbe un brindisi, esplose la voce cavernosa di Sei
- Brindisi, brindisi! Fecero eco Tre, Sette e Quattro
- E Brindisi sia, disse Uno, mentre una delle piattaforme spariva veloce.
Mentre attendevano che facesse ritorno si girarono verso la parete trasparente e indicando verso di essa un punto lontano trasformarono un rettangolo in un potente cannocchiale. Davanti a loro campi e natura selvaggi, un reticolo di strade e più avanti, là in fondo dove l'occhio non avrebbe potuto arrivare senza quella lente potente, altre mura di città, e torri con sfere di cristallo luccicanti.
- La verità, sta dicendo bonario Due lisciandosi i baffi rivolto a Cinque, è che è stato un ottimo anno per il commercio e questo conferma la bontà delle nostre scelte. Chissà…
- Cosa chissà? Chiese burbero Cinque.
- Chissà se approverebbero. Potrebbe anche accadere, potremmo essere amati per questo.
- Follia, disse grave Cinque. Follia.
Stava ancora parlando, la bocca semiaperta che si udì un rumore inconfondibile di vetro che tintinna su vetro e sulla piattaforma apparvero sette bottiglie con un liquido completamente trasparente. Versarono nei bicchieri e bevvero a lunghe sorsate quei fiotti trasparenti che nessuno più ricordava come e cosa fosse, e che erano riusciti a imbrigliare per trarre il maggior profitto possibile sui mercati, fuori le Mura.

Fresca il giusto, la lingua giocava nel cavo orale di Sei, che non poté evitare di trangugiare il tutto, alla fine.

Si portò la manica della tunica al labbro, pulendo ogni traccia del liquido dai peli della sua folta barba.
Adesso il gruppo si era diviso in tre piccoli gruppi di discussione sommessa, lo sguardo sul panorama, su quello che solo loro potevano vedere, che solo loro potevano sapere. La linea, in fondo, dove l'infinito incontra cielo e terra, poco più in là dicevano, dall'altra città, che vi fosse il mare. Dietro, montagne e colline e una natura così ribelle e indisturbata che l'unica strada ferrata su cui correvano i treni cisterna verso altre destinazioni si scorgeva appena.

SONO QUI CON YURI, CI SIAMO ARRIVATI IN MOTO, MI SENTE ESCLAMARE, CORRE A VEDERE.

4

Cloe

Mi chiamo Cloe e ho quasi 24 anni.
Ho un piccolo libro che ho trovato dietro una tela fra le mani. Ho tolto un centimetro e più di polvere prima di esclamare con voce fioca: Dio mio, ma che cosa è questo?


Sulla tela c'è un dipinto, una specie di promontorio verde, ci sono degli alberi e ci sono delle montagne, credo che siano quello, perché è come vengono descritte in alcune lezioni che abbiamo fatto a scuola. In Città non esistono montagne e dietro le Mura possiamo solo fantasticare cosa vi sia davvero. Magari il nulla, magari il male.
Ci sono dei prati verdi e poi c'è quel liquido che scorre dalle montagne verso la base della cornice, con dei sassi qui e là che fanno capolino e poi delle piccole insenature sul letto di quello che deve essere un 'fiume' in cui questo liquido si spezza e schizza.
Sono nel seminterrato di una villetta bassa a schiera, un odore di chiuso e muffa che mi obbliga ogni tanto a mettere sotto il naso la mia mano.
Sono qui con Yuri, ci siamo arrivati in moto, mi sente esclamare, corre a vedere.
Yuri è un bel ragazzo, studia ingegneria strutturale ed è un tipo riservato, difficile attirare la sua attenzione. Sono almeno due anni che ci provo, poi mi sono decisa a sabotare l'ascensore: siamo rimasti dentro troppo tempo. Ha perso il controllo, non riusciva a parlare, boccheggiava e muoveva le labbra come quelle di un pesce, che ho visto sui libri di scuola. Mi guardava attonito e sembrava anche distratto, anzi no: sembrava preda di un momento inaspettato di trance. Era panico.
Soffre gli spazi chiusi: non lo potevo sapere, non aveva mai parlato prima con me, solo un paio di saluti sempre veloci, formali.
Alcuni giorni dopo, era un lunedì, ho appoggiato l'orecchio alla porta e mi sono preparata: la porta di Yuri che si apre e si chiude e il codice per attivare l'antifurto. Io ero già dentro l'ascensore tenendo le due porte che avevano iniziato a premere per chiudersi. Yuri è arrivato, abbiamo parlato e mi ha preso in sella alla sua moto. Casco, guanti, partiti.
Nella polvere si muove bene, guida sicuro, non ha paura.
A un tratto una luce lampeggiante, un ostacolo, abbiamo deviato e poi l'ho guidato con dei gesti in un dedalo di strade fino a un punto preciso dove ho premuto sui suoi fianchi per dirgli di rallentare e fermarsi. Casette basse, prima delle Mura, rimaste prigioniere, zone sconsigliate e deserte, una porta. Siamo scesi e la porta di legno che abbiamo incontrato nell'odore di muffa aveva un vecchio chiavistello.

Al tre, un calcio e siamo entrati.

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Yuri non ci avrebbe creduto mai se glielo avessi raccontato, mi avrebbe preso per pazza, non credo che mi avrebbe denunciato, non mi sembra il tipo, ma sicuramente non si sarebbe più avvicinato a me. L'ho portato io qui. Ci sarebbe voluto più tempo, avremmo forse dovuto conoscerci meglio, forse avrei dovuto provare qualche sguardo seducente, anche se nell'ascensore non capivo quanto fosse panico e quanto stesse ammirando le mie iridi screziate al verde.
Ma non c'è tempo. Per questo abbiamo messo il lampeggiatore sulla strada, dietro non c'era nulla, ma la polvere non è solo una maledizione di questa Città e ci ha aiutato a nascondere la realtà. Ci abbiamo messo un paio di giorni a invecchiare il metallo del chiavistello sulla porta di legno della cantina facendo attenzione a non lasciare segnali sulla polvere e il terriccio della cantina. Oltre a me c'è Mikel e poi Olga. Solo noi tre, troppo pochi per combattere contro un sistema che funziona sempre identico a se stesso da oltre duecento anni.
Adesso Yuri è vicino a me e sta guardando questo quadro e si chiede cosa sia quel libretto impolverato che stringo fra le mani, mentre nel quadro quella cosa bianca e trasparente schizza sui massi dentro il fiume. Non ci sono fiumi da noi, non dentro le Mura.
E adesso è il momento che anche lui capisca e impari. E soprattutto che ascolti questa storia e alla fine tornare a quella cassa, dove stava mettendo le mani poco fa. Non era il momento, non ancora.
Adesso mi dovrà credere, dovrà decidere, non posso sbagliare.

CLOE SI AVVICINA CON IL SUO VISO, È DAVVERO BELLA.

5

Acqua

Cloe mi guarda da qualche secondo senza staccarmi gli occhi di dosso e questo mi imbarazza, io continuo a guardare il quadro, mi piace anche se non so disegnare bene su tablet, preferisco i modelli pre-impostati tridimensionali.


- Ti devo dire
- Cosa?
- Mettiamoci qui, vieni, c'è un vecchio divanetto verde chiaro.
Cloe passa la sua mano e solleva nuvole di polvere e mi invita a sedermi vicino a lei. È stretto, non ci stiamo comodi, ho la tuta e mi sento ingombrante, passo il braccio sulla spalliera e finisce forzosamente dietro le sue spalle.
- Yuri, sai che cos'è questo?
- Un libro molto vecchio, direi.
- Questa è una storia.
Cloe si avvicina con il suo viso, è davvero bella.
- E voglio che ascolti bene, dice mentre la guardo silenzioso.
Abbassa lo sguardo come per raccogliere lo slancio, poi rialza gli occhi e me li inchioda nelle pupille e inizia a parlare. Parla veloce, c'è emozione, ma anche determinazione nella sua voce.
- Due mesi fa ero in giro con Mikel, dovevamo arrivare a lezione e ci siamo incamminati verso la metro leggera. Mikel.. Mikel è un mio amico non guardarmi così, non è il mio fidanzato, anzi esce con Olga. Comunque, Mikel mi stava spiegando che l'esercitazione di quest'anno era sulla psicogeografia. Cos'è, gli ho chiesto incuriosita. Guarda, ha risposto, il webinar è durato un'ora, ma l'unica cosa che mi ha colpito è che per capire cosa sia devi perderti per le strade di un luogo con il naso all'insù, cercando di lasciarti guidare dalle sensazioni e percezioni e analizzare così il territorio e le sue costruzioni, le persone che incontri in un panorama di casualità che non è assoluta, ma comandata dal caso. Mi è sembrata una cosa talmente interessante da sperimentare che il giorno dopo ci siamo trovati nel primo pomeriggio, dopo la RA delle tredici e poi via per le strade, naso all'insù, abbiamo girato a destra, poi ancora un rettilineo e intanto la Torre si allontanava e iniziava una parte della Città che non avevo mai visto, o perlomeno non mi ero mai posta il problema che esistesse.
- Il quartiere in cui troviamo.
- Esatto. E mentre stiamo camminando e registrando sul nostro smartwatch qualche appunto, Mikel a momenti non si rompe una gamba? È inciampato, naso all'insù, in una cassa di legno e il rumore è stato orribile, non ti dico che spavento.
- E la cassa?
- Ci arrivo. L'adrenalina, una botta veloce, poi Mikel che si tasta le gambe e dice tutto bene.
Il mio ricordo di un secondo prima va a quel rumore, perché insieme allo stivale che picchia contro il legno ho ricostruito in un istante che avevo sentito un rumore come di vetri. La cassa era lì, non si era rotta, era sigillata e aveva un "1" rosso stampigliato sul coperchio e un numero di serie, una specie di codice a barre. Mikel hai sentito anche tu il rumore di vetri? Ho chiesto e lui annuiva, spolverando i calzoni e la giacca. Allora abbiamo preso la cassa e siamo entrati nella porta di una casa. Un odore di muffa, di chiuso ci ha investiti, ma non cera polvere scendendo le scale, quelle che portavano ai piani superiori erano pericolanti. Così ci siamo nascosti nella cantina.
- Questa? Ma era chiusa quando siamo arrivati. E poi non ci siamo arrivati apposta, a meno che…
Ritiro il braccio dalla spalliera del divano e mi perdo in un ricostruire le ultime ore. No, non può essere, non può aver organizzato tutta questa farsa.
- Cloe…
- Sì, Yuri.

Cloe non mi stacca gli occhi dalle pupille. Che bello quel verde nelle sue iridi.

- Sì, l'ascensore e il guasto, l'ascensore e la moto. Dovevo parlare con te, volevo arrivare qui con te, Yuri. Voglio che tu sappia, ho bisogno di condividerlo con te quello che c'è scritto qui dentro, quella cassa.

CLOE PASSA LA SUA MANO E SOLLEVA NUVOLE DI POLVERE E MI INVITA A SEDERMI VICINO A LEI.

Non so più cosa pensare, se non che il suo viso è teso e determinato; le sue narici sono arcuate e il petto si solleva più veloce, se accendo lo smartphone le sue pulsazioni mi diranno che è anche in iperventilazione. Di colpo mi viene voglia di andarmene, poi di baciarla, poi di baciarla e andarmene. Sto per alzarmi, ma la mano di Cloe mi prende l'avambraccio e stringe con una forza che non sospettavo.
- Ascoltami, ancora un attimo, poi se vuoi vai pure via.
Abbasso gli occhi sulla sua mano, lei molla la presa, ha capito che resterò.
- Abbiamo aperto la porta e messo la cassa sul pavimento, era pesante. C'era un ferro e Mikel ha fatto forza, il coperchio è saltato al terzo tentativo, faticosamente. Dentro c'era questo libro, incastrato fra bottiglie di vetro, piene di liquido trasparente. Il libro è scritto a mano, una cosa rara se ci pensi. E la calligrafia ordinata riportava una serie di numeri, nella colonna delle casse in uscita e le quantità di litri. E una mappa con le destinazioni. In un primo momento non riuscivamo a capire i circolini rossi e quei nomi che non avevamo mai sentito, poi abbiamo guardato meglio e ci siamo resi conto che tutte le rotte disegnate partivano da un cerchio che era compreso dentro un altro cerchio. Quelle erano le Mura e il centro inscritto era la Città.

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Seguo le sue labbra e cerco di dare un significato alle sue parole, la mascella è rimasta aperta mentre nella mia mente vedo l'ombra che cala sul muro di fronte alla mia vetrata e che piano spegne la luce del sole e le Mura che sovrastano tutto, mentre i led dell'illuminazione interna si accendono prima tenui, poi sempre più forti. Silenzio. Cloe vede ancora quel sudore sulla mia fronte e orami sa cos'è: panico, paura, vuoto. La sua mano si appoggia ancora sul mio avambraccio, ma questa volte è gentile, non stringe più.

- Sì, Yuri. Dietro alle Mura, fuori dalle Mura ci sono strade e chi lo sa cos'altro. Sicuramente ci sono altre città, forse come la nostra, perché le linee indicano percorsi e punti di arrivo.
- Ma… ma cosa.. cioè perché? Ma cosa esce dalla nostra Città, com'è possibile, dovevamo essere noi gli unici sopravvissuti, fuori c'è il male, il nulla, nessuno lo sa cosa c'è fuori oltre al Consiglio...
- Uno lo sa. E con lui gli altri consiglieri, il suo numero è qui sulla cassa. Prendila, aprila.
Mi alzo e vado verso la cassa di legno, apro il coperchio e prendo una delle bottiglie trasparenti, nel vetro è incisa una sola parola: acqua.
- Ma cosa..?
- Acqua. Non è come la RA.
- L'hai provata!
- Mikel ne ha aperta una e ha voluto provare e poi me l'ha passata. Provala anche tu, sono ancora viva, ride, dai, senti che strano, non ha sapore, non è densa, è… acqua! Provala dai.

Avvicino il collo della bottiglia alle mie labbra e bevo.

Un sorso, gioca nel cavo orale e gira senza attaccarsi a nulla, senza lasciare quel senso di dolce, senza bruciare di bollicine impazzite. E poi un altro sorso.
- Ma è…
- Buonissima Yuri. E sappiamo anche dove trovarne altre. Sbatte il libro sopra la coscia con forza.
- È scritto qui!

LE LUCI SI PERDONO NEL BUIO RISCHIARATO SOLO DALL'ARRIVO DI UN ALTRO TRENO E DEI SUOI FARI CHE ILLUMINANO

6

Manufatti

Mikel e Olga stanno aspettando fuori dalla stazione della metro leggera. Il traffico alle nove del mattino nella Città è ordinato come sempre. Moto, qualche macchina, i serpenti multi-vagone sono colorati e sfrecciano fino a sovrapporsi su geometrie mono-binario che arrivano anche al quinto piano delle costruzioni che specchiano sui grandi finestroni tutto ciò che le circonda.


Oggi è una bella giornata, intuisco da sotto la polvere che sbiadisce il cielo, mentre mi acceca il riflesso, un lampo, di un raggio di sole sugli spicchi sfaccettati della Torre.
-Lui è Yuri
Dice Cloe.
Ci stringiamo le mani veloci. Mikel ha una stretta forte, ma Olga me la stritola.
Scendo dalla moto, prendo lo zaino e seguo Cloe.
- Dove andiamo?
- Mikel ha fatto i compiti, ride Olga
- Piscogeografia, mi strizza l'occhio Cloe di fronte al punto di domanda che si è disegnato sul viso.
- Prima di tutto guardate questo, dice Mikel tracciando con il polpastrello dell'indice un veloce disegno sul suo tablet dove c'è una mappa del quartiere.
- Ho fatto una veloce ricerca sui modelli di sviluppo delle infrastrutture e i piani urbanistici, fino a trovare questa mappa.
- Ma qui siamo in una piazza quadrata, eppure la geo-localizzazione ci dice che dovremmo essere in una grande piazza a pianta rotonda, dico a mezza voce.
- È questo il punto, Yuri.
Mikel ha l'aria soddisfatta.
- La mappa è obsoleta - prosegue - infatti se guardi i sistemi di misura e la grafica di rilevazione possiamo dire che siamo nell'albero genealogico di Maps all'antico lascito del trisavolo, ride Olga.
- Una vecchia mappa che dice che gli interventi in questa come su altre zone si sono stratificati e ci dice che questi piccoli punti che hanno disegnato in rosso sono dei passaggi di collegamento che poco hanno a che fare con quello che vediamo, quello che sta in superficie.
Mette una mano nel suo zaino ed estrae una sfera di metallo con delle linee disegnate a ornamento.
- E quello cos'è, chiedo sempre più incuriosito da tutti quegli strumenti tecnologicamente avanzati.
- Vecchie mappe, vecchi ricordi. Un lascito di famiglia con una preziosa foto di un gioco che utilizzava queste sfere più grandi e pesanti e una più piccola e leggera. Le regole erano semplici: due squadre, chi avvicina la sua sfera di più a quella piccola segna un punto. Gli avversari devono essere più bravi oppure cercare di spazzare via la sfera dell'avversario in prossimità di quella più piccola. Dietro la foto c'è scritto pétanque, credo che fosse il nome di questo gioco. Ma a parte i vecchi racconti ho scoperto questo nel mio sopralluogo, venite.

DIETRO LA FOTO C'È SCRITTO PÉTANQUE, CREDO CHE FOSSE IL NOME DI QUESTO GIOCO.

Camminiamo per un centinaio di metri, poi imbocchiamo una strada secondaria che ci porta in uno spiazzo di media grandezza, poco frequentato. C'è un suono intermittente dei dissuasori acustici delle macchine telecomandate che aspirano la polvere dal terreno.
Mikel si ferma, poi guarda la mappa, poi alza lo sguardo e cerca un punto, i lineamenti si distendono, l'ha trovato. Prende la sfera di metallo e ci guarda. Poi la lascia cadere con forza, con un rumore secco, mentre con la scarpa blocca la sfera pronta a scappare.
Il rumore delle macchine si fa più lontano, ora hanno svoltato dietro l'angolo opposto e proseguono il proprio cammino.
- Sentite qui adesso.
La sfera cade e tonfo non è più così secco, suona diverso.

"Era qui, le indicazioni sono corrette, non ci resta che aspettare."

Dodici ore, due RA inghiottite in quindici secondi ciascuna, rieccoci in quella piccola piazza. Adesso è deserta, anche l'illuminazione è più fioca rispetto alla strada principale.
Ci abbiamo messo una buona mezzora e il sudore cola e inizio a pensare alla cantina e a quel sorso di acqua che ho provato solo ieri.
Semplicemente, ho sete, sete di qualcosa che non sia denso, frizzante e zuccherino e che ora so cos'è e come si chiama.
L'ultimo colpo di piccone suona a metallo. Una lastra rotonda, con uno stemma impresso e un foro che è la chiave per aprire una porta nascosta.

L'odore è forte, e adesso che abbiamo scoperchiato quel pezzo di marciapiede ci guardiamo, perché bisogna prendere una decisione. Mettiamo i filtri - dice Cloe- e scendiamo a vedere. Con una torcia illuminiamo sotto, una vecchia scala di metallo, arrugginita e il fondo a un paio di metri.
Scendo per primo, faccio luce e dobbiamo solo capire da che parte andare, destra o sinistra in mezzo alle probabilità del destino. Olga rimane in superficie. Mikel si cala dopo Cloe. Andiamo a destra. È un tunnel e in lontananza si sente un rumore. Mikel intanto guarda la vecchia mappa e cerca di capire confrontandola con una nuova dove siamo rispetto al mondo esterno.
Camminiamo per dieci minuti buoni. Poi il rumore si fa più forte, adesso è continuo.

C'è una porta di metallo che ci sbarra la strada, ma abbiamo portato gli strumenti.

La porta cede e di colpo ci troviamo in una galleria con muri gialli e corrosi, metallo qui e là smangiato e delle volte sovrastano le nostre teste, mentre davanti a noi ci sono due, forse tre canali pieni di acqua in movimento.
Restiamo a bocca aperta, poi iniziamo a esplorare in maniera metodica, Mikel prende appunti, Cloe fotografa tutto. Io guardo stupito, daS appassionato di ingegneria strutturale, questo luogo, che è rimasto intatto. Non è solo solido e resistente, ma anche le linee che sono state disegnate nella costruzione sono eleganti.
Guardo i canali e cerco di capire da dove arrivino, dove vanno sembra semplice guardando la mappa di Mikel: vanno verso le Mura, quindi siamo in un canale di scarico. Fuori dalla Città.
"Ripercorriamo il tragitto all'incontrario" urlo a Mikel e Cloe, perché ora il rumore dell'acqua è più forte. Un messaggio a Olga, tutto bene, e ripartiamo camminando su una banchina strettissima, che corre lungo il canale.
Ci mettiamo altri venti minuti, ormai siamo vicini all'origine di quell'acqua, ma c'è una grata che sbarra la strada. Dietro c'è una banchina più ampia, con dei macchinari e una serie di bottoni e lucette impressionanti. Guardo attraverso uno scatto fotografico, lo zoommo e cerco di capire che cosa ci sia scritto: RigernerAcqua è il logo che distinguo bene e sotto acque reflue di raffreddamento stabilimento. Sono gli scarti della lavorazione, per costruire quelle bottiglie, le casse e per metterci dentro quell'acqua buonissima che ho assaggiato solo poche ore fa.
- Torniamo indietro, dice Cloe.
- Aspetta filma tutto, suggerisce Mikel.
Olga ci tempesta di domande, le facciamo vedere le immagini, lo stupore non vuole abbandonare i suoi occhi e per un buon quarto d'ora non riesce a dire altro che lunghi 'ohhhh' di sorpresa.

CI GUARDIAMO NEGLI OCCHI CON QUEL SAPORE DOLCIASTRO ANCORA FRA LE LABBRA.

7

Maquis

L'appartamento di Cloe è uguale al mio, ma la prima impressione è di spaesamento assoluto. Stesso taglio, stesse stanze, stessa vista. Eppure è così diverso.


Le pareti sono state coperte quasi interamente da piccole cornici. Dentro ci sono oggetti: un sasso, un pezzo di metallo, un brandello di tessuto, c'è una biglia di vetro, che bella con quell'elica bianca e azzurra imprigionata dalla materia trasparente.
Sento un'ansia da ricordo, penso veloce. Poi mi fermo a riflettere come nelle mie stanze nulla sia diverso dal primo giorno in cui mi fu assegnata la casa. Muri, colore dei muri, accessori. Il tavolo, la poltrona. Lo specchio.
Cloe ha ridipinto anche il tavolo con tre colori diversi: giallo, arancio e rosso, mentre le sedie sono state trasformate con un turchese molto gradevole. Ci sediamo, è sera e abbiamo la nostra RA in mano, quindici secondi e l'abbiamo tracannata. Ci guardiamo negli occhi con quel sapore dolciastro ancora fra le labbra.

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- Circuito chiuso, sentenzia con fare soddisfatto Mikel.
Ormai è evidente: gli piacciono le frasi corte e l'effetto a sorpresa. Poi prende il tablet e disegna, mentre un ologramma si forma in tempo reale nel vuoto di fronte ai nostri occhi.
- Il luogo del canale, venti minuti a destra, poi il condotto e altri venti minuti. Dobbiamo portare degli strumenti per aprire le sbarre e arrivare a scoprire lo stabilimento. Dobbiamo capire quale sia la produzione di acqua, quante bottiglie, quante casse uno riesce a spedire all'esterno. Solo allora potremo ragionare su come avvertire tutti gli abitanti della Città.
- Può essere pericoloso. Olga non ha lo stesso sorriso di sempre, oggi. Guarda il disegno, fissa e prosegue.
- Non sappiamo se il segreto viene custodito con la connivenza di altre persone o dei guardiani, come facciamo se troviamo chi sta sorvegliando lo stabilimento?
- E poi come faremo ad avvertire tutti? Incalza Cloe
- Lo ha raccontato all'inizio, dico, con quelle due parole: circuito chiuso. Se non ho capito male Mikel pensa che la cosa migliore, e forse la più incruenta, sia quella di raccontare a tutti cosa succede. Filmare e trasmettere.
- Dovremo entrare nel sistema di trasmissione sui tablet, Cloe mi guarda: Yuri tua madre lavora nella selezione dei libri che riceviamo gratuitamente ogni mese, quindi qualcuno addetto al caricamento lo conosce…
- Non credo che potrebbe capire Cloe, a meno che..
- A meno che non le fai provare questa.
Mikel posa sul tavolo una bottiglia d'acqua della cassa.
- Ne sono rimaste dieci e dobbiamo giocarle come il nostro asso nella manica. Anche perché non c'è come assaggiarla. Fagliela provare.
Le mie sopracciglia parlano. Dicono tutto lo scetticismo possibile.
- Ci posso provare, ma parliamo di una coppia nata, cresciuta e invecchiata nella menzogna. Ci vuole ancora più energia per affrontare una cosa come questa, c'è il rischio che ne rimangano sconvolti o che non vogliano capire. Tu come reagiresti se dopo una vita intera ti dicessero che hai ingollato tre lattine di melensa RA ogni giorno caduto in terra mentre c'era a disposizione questa cosa trasparente, fresca, dissetante? E a cascata cosa penseresti i quelli che stanno nella Torre?
- Già, che ci stanno a fare nella Torre? domanda Olga
- Ormai è evidente, dobbiamo mostrare a tutti cosa sta accadendo, dobbiamo procurarci più bottiglie e il circuito chiuso, dice Cloe che si è alzata e adesso guarda l'orologio.
- Allora è deciso, usciamo uno alla volta, prendiamo strade diverse, niente che dia nell'occhio, non saltate nemmeno una RA, non fatevi beccare a zonzo per i quartieri disabitati. Ci vediamo domani sera, quando l'ombra cala sui muri. Tutti qui. Yuri e Mikel, voi studiate come attivare il circuito chiuso: Mikel studia i particolari tecnici, Yuri devi riuscire a convincere tua madre e farti dare la password per entrare in tutti gli schermi e i tablet. Gli schermi delle piazze centrali e delle pareti della Torre sono quelli migliori, ma saranno i tablet a darci l'arma in più.
Olga, come si chiamava quel tuo amico che aveva quel trasporto di medio carico?
Olga la guarda sorridendo. Mikel alza gli occhi al cielo.
- Immagino sia il caso di farlo partecipare...

ride nascondendo dentro uno zaino nero una bottiglia trasparente di vetro.

STESSA VOCE, STESSO MOVIMENTO, STESSO SGUARDO PERSO LÀ IN FONDO, DA NESSUNA PARTE, MA DENTRO UN ARCHIVIO SMISURATO.

8

Madri. Padri. Figli.

"Andrew Niccol. No, non mi dice nulla."
Scuote la testa la madre pensierosa, mentre si vede che sta scorrendo una serie di numeri e dati e parole che si incastrano fra loro e una serie di combinazioni mnemoniche che dovrebbero dirle qualche cosa, darle almeno un indizio, un piccolo aggancio per poi trovare il bandolo della matassa ed arrivare alla fine del labirinto.


- Andrew...
Sguardo fisso fuori dalla finestra, voce bassa, che ripete Andrew, Andrew, Andrew, il pollice e l'indice giocano con lo spigolo di un tablet sul tavolo.
- Niccol, Niccol, Niccol...
Stessa voce, stesso movimento, stesso sguardo perso là in fondo, da nessuna parte, ma dentro un archivio smisurato.
Il pollice e l'indice si fermano sullo spigolo metallico del tablet, di colpo il suo viso si gira di scatto verso di me.
- Ma certo!
Adesso è raggiante, ma in maniera composta, come si addice alla sua posizione sociale di funzionaria della Città che sceglie e che vaglia e che invia sulla grande rete domestica i tre titoli ogni mese che vengono scelti per le nostre migliori letture.
- Ma certo, Yuri, ma che domanda difficile mi hai fatto, era diverso tempo che non dovevo scavare così indietro.
- Ecco, è che avevo sentito questo nome e di colpo mi è tornato alla memoria proprio l'altro giorno.
- Andrew Niccol è lo sceneggiatore di un film che fece un grande successo, ma stiamo parlando di oltre un secolo fa, una cosa lontana nel tempo.
- Ti ricordi come si chiamava quel film?
- Forse posso trovarlo aspetta.

Un dito indica il tablet che si accende e il gesto della mano è il movimento dio password che apre le funzionalità di quello strumento criptato, perché dato in dotazione dalla Torre. È un po' più grande degli altri tablet e la definizione degli ologrammi è di molto superiore. Ci sono più tasti sul bordo metallico, le funzionalità devono essere molto sviluppate. Mi ricordo da piccolo il terrore che circondava quello strumento, credo che fosse una precisa condizione rispetto alla normale curiosità dei bambini, per tenerli alla larga di un mezzo così delicato, sofisticato e così potente per le connessioni dell'intera rete che erano a disposizione di un gesto di invio.
Gli occhi scorrono veloci, le dita spingono la ricerca in più direzioni, si aprono insiemi e sotto-insiemi di fronte a me nell'aria e si infrangono nella ricerca che non porta da nessuna parte, per poi ripartire, ristrutturarsi in tre dimensioni e poi distruggersi ancora sul tavolo e dopo quindici minuti finalmente dentro una nuvola di segni e numeri un lampo rosso di una parola, anzi due, che si tingono immediatamente di rosso. Con le dita della mano mia madre sposta parole e frasi e arriva fino a pizzicare quei segni rossi, e legge piano come se dovesse capire subito cosa sia quel rosso su quelle parole. Truman. Show.
- Il Truman Show, ripete mentre mi fissa.
Incrocia dei dati, le dita volteggiano veloci in aria, mentre gli occhi seguono come saette la grafica sopra lo schermo. Ogni tanto una piccola frase a mezza bocca, quasi un sussurro.
- Philip Dick, chiaroveggenza, poteri nascosti… Frederick Pohl, tunnel, e ...
Si ferma di colpo.
- Mark!
La voce è secca e tagliente.
- Sono qui Elanor.
Mio padre entra nella stanza e si siede vicino a mia madre. I suoi occhi vanno veloci, poi si ferma anche lui di colpo e la guarda.
- Un codice rosso.

"Un codice rosso, ripete mia madre piantandomi gli occhi addosso. "

Non ho mai sentito quella definizione, non ne ho memoria. È decisamente una settimana faticosa, penso, mentre la mia curiosità adesso è a mille e voglio sapere tutto su quelle due parole, su quegli sguardi e soprattutto, perché mio padre, un normale conducente della metropolitana, viene convocato da mia madre, che nel sistema di caste interne della Città sta ai piani alti, per condividere un'informazione che li lascia sgomenti.
- Forse, se mi spiegate, ecco magari ci potrei capire qualche cosa anche io.
Mia madre guarda mio padre, poi inizia a raccontare.
- Tuo padre ha lavorato per una vita come conducente delle metropolitane della Città e questo lo sai. Ma quello che non sai…
Si volta ancora verso mio padre che annuisce leggermente. Riprende.
- Quello che non sai, Yuri, è che un giorno alla fine del turno tuo padre mi raccontò di un posto strano, all'inizio era solo un dettaglio, un'interferenza durante il viaggio. Il sistema di comando è automatico e ai conducenti sono riservate mansioni di sicurezza, di aiuto, di lettura dei dati di trasporto, di controllo delle linee. Ma guardando in galleria, tuo padre ogni giorno vedeva come un'apertura fra la Torre e la stazione successiva del ministero, dove ogni mattina ho preso servizio per quarant'anni prima che mi permettessero di svolgere il mio lavoro da casa con questo tablet certificato e criptato.

Un rumore improvviso, uno sbuffo e due lattine di RA scendono dal tubo a compressione, inserisco anche il mio codice di identità e ne esce una terza. Le tracanniamo in quindici secondi netti.
- Tuo padre è sempre stato curioso e più volte è stato redarguito sul servizio, perché faceva troppe domande, chiedeva e voleva sapere e conoscere molti particolari che solo chi è in testa al treno che corre sottoterra può notare, dal momento che tutti i vagoni non hanno uno sguardo sull'esterno se non nel momento in cui si aprono le porte pneumatiche alle stazioni. E così quella sera viene da me e mi scrive su un foglio una frase, con una matita che non mi chiedere dove abbia trovato, immagino in qualche deposito semi abbandonato della metropolitana, nelle zone antiche della Città.
Mio padre le mette una mano sul braccio e mia madre abbassa per un istante la testa. Inizia a parlare lentamente, come se stesse cercando un'immagine nei suoi ricordi.
- Tua madre all'inizio era quasi sospettosa e non mi vergogno a confessarti che per un istante ho anche temuto che mi potesse denunciare. Le stavo dicendo che ogni giorno vedevo questa interferenza e che avevo rallentato delle immagini dalla telecamera esterna fino ad arrivare a capire che era una specie di porta, un sistema di muri a scomparsa, che avevano tutta l'aria di essere malandati con un meccanismo sicuramente avariato, perché ero riuscito a notare che c'era una falla, una crepa. Ma anche tua madre era sempre più curiosa e vedevo che dentro di lei c'era l'angoscia del nuovo e la curiosità che spinge il fuoco del sapere, dello scoprire, e così, ecco, insomma, così ci siamo decisi e siamo andati a vedere.
- Avete compiuto un'azione illegale??
Non ci potevo credere, avevo gli occhi grandi dello stupore infantile in quel momento e la bocca era rimasta semiaperta, le mani in tensione sul tavolo.
- Lo so figliolo, non l'avresti mai detto, ma non potevano coinvolgerti in questa cosa, perché, come sai, il livello di attenzione e di controllo è parecchio strutturato da queste parti.
Mia madre accenna un sorriso, poi riprende a parlare.
- È così una sera siamo andati, papà mi ha prestato una vecchia divisa, lui ha indossato la sua, abbiamo riempito alcuni moduli di burocrazia spiccia per confondere l'unico guardiano che avrebbe potuto essere d'intralcio, con un cappello sulle nostre teste, per essere meno visibili agli occhi delle telecamere. Io ho una mappa della dislocazione di tutti gli apparati e così abbiamo prima calcolato tutti gli angoli morti e poi siamo partiti per questa spedizione. Ebbene, devo dirti che il doppio muro era davvero conciato male, ma dentro c'erano mucchi di libri, libri di carta, capisci, una cosa che non si era mai vista. Così come non si era mai visto che papà avesse una matita e che gli venisse in mente di scrivere qualcosa con una matita. Pensavo si fosse dimenticato del tutto della calligrafia.
- Dentro? Cosa c'era dentro? Siete riusciti a entrare e… ?
- E toccare quei libri, figlio mio. Come ti puoi immaginare per me è stata un'esperienza indimenticabile: ero a contatto con qualche cosa che era lì o era stato trasportato lì da chissà quanti decenni.

Ho fotografato tutto quello che potevo, ma il tempo era poco e chissà quanti non sono riuscita a fissare nella memoria del mio tablet.



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- Sei riuscita a mantenere tutto quel materiale illegale dentro un tablet del ministero?
- Beh era la cosa più sicura, in fondo. Chi è che potrebbe mai pensare che qui dentro ci sia un elenco di libri proibiti?
- E in quella stanza non siete più ritornati?
- Sì, dieci giorni dopo, ci sono tornato io, tua madre è rimasta al lavoro, era troppo rischioso muoversi in due.
- E i libri?
- Spariti, ma le tracce sul pavimento erano inequivocabili. Anche l'odore che accompagnava quelle macchie brune e nere. Li avevano bruciati.
- Nel mio tablet ho catalogato tutti i titoli, un centinaio, dentro un archivio ben nascosto.
- Il Codice rosso!
- E adesso dieci anni dopo tu arrivi qui Yuri e mi citi un film che mi rimanda nelle fonti a un testo che era uno di quelli che fotografai allora. Il suo titolo era "1984", l'autore George Orwell.
- E perché volevano bruciarlo?
- Le mie ricerche da allora sono state sempre indirizzate a ricostruire la trama di quei libri, le vite degli autori; cercavo, cerco ancora oggi, il perché di quel falò drammatico per tutti noi.
- Sei riuscita a trovarlo?
- Non proprio, ho recuperato in un archivio antico al ministero. Solo poche righe di alcuni articoli che citavano quest'opera per descrivere il controllo sociale, la paura dei cittadini, un regime oppressivo, il popolo continuamente spiato da un'entità chiamata il Grande Fratello.
- Mamma, papà: per questo ero venuto. Volevo raccontarvi di questo nostro Truman Show, un uomo che vive in un mondo costruito per mentirgli sulla realtà. Un uomo che si accorge e prende coscienza, fino a scoprire…
- Quello che c'è dietro le Mura.
Ci guardiamo mentre l'ombra sale sul muro di fronte alla grande vetrata della sala e il sole scompare dietro la barriera eretta per mantenerci all'oscuro, perché non conoscessimo la verità.
- Mamma. Ho bisogno dei dati per entrare sugli schermi di tutta la Città, dico estraendo una bottiglia di vetro trasparente dal mio zaino.

LE LUCI PUBBLICHE SONO FIOCHE VISTE DA TERRA, IRRADIANO RAGGI DENTRO LA POLVERE, COSTRUENDO SFUMATURE DA INCANTO.

9

La sorgente

"E qui ho trovato sulla vecchia mappa un nome mezzo cancellato, che sono riuscito a ricostruire con un ingranditore digitale intuitivo, che permette di esplorare tutte le possibilità di parole quasi completamente cancellate."

Mikel è raggiante, si vede che non sta più nella pelle per raccontarci la nuova ennesima scoperta.
- Il condotto che abbiamo scoperto, i canali, il manufatto è in collegamento diretto con una struttura che sta alla base della Torre. Il suo nome era CasAcqua. Aspettiamo la sera e andremo a darci un occhio io e Yuri.

Sono le nove di sera e il traffico ormai è scemato per le vie della Città, le luci pubbliche sono fioche viste da terra, irradiano raggi dentro la polvere, costruendo sfumature da incanto.
C'è una porta a vetri alta, non è custodita, accechiamo le telecamere e forziamo la serratura. La finestra alta a vetri trasparenti, ma con almeno due dita di polvere che le rende inaccessibili lascia il passo a una scala che scende, metallica, fino al fondo della struttura, dove ci sono tubi, un volante di ghisa, un gancio pende in aria dal soffitto. Ci sono vecchi utensili di chi lavorava ancora a mano, quando l'automazione era solo uno spauracchio agitato da pochi, crocefissi dai molti che avevano fiutato l'affare e che nel corso del tempo erano stati eliminati dagli abitanti della Torre. C'è una botola fra le piastrelle poco distante dal macchinario centrale. Ci caliamo. Sotto di noi c'è un mondo di camici bianchi e verdi, mascherine e contenitori che finiscono dentro una specie di scatola di metallo, guanti che si muovono agili mentre terminiamo la ricognizione e iniziamo a scattar foto. Il vapore di alcune tubature aeree ci nasconde. Ci saranno una cinquantina di persone, con grembiuli, che muovono cannule, pinze, fili e bottiglie, che analizzano gocce di liquido trasparente dentro piccoli tondi di vetro e macchine che riflettono lucine colorate di tasti e pulsanti. Il rumore è forte, è uno scroscio di acqua continuo. In fondo, la passerella passa in un altro ambiente: una stanza con diciotto finestre luminose e luci al neon che illuminano un groviglio geometrico di tubi, grigi, verdi, gialli. Mentre torniamo per uscire vediamo un'altra stanza lontana, piena di casse di legno, proprio uguali a quelle che avevo trovato nella cantina ammuffita, con il numero 1 rosso stampigliato sul coperchio.
Guardo Mikel e con due dita portate verso i miei occhi gli dico di guardare se ci sia un'uscita anche da quella parte, potrebbe tornare utile.
Mikel scompare per un attimo, poi la sua testa fa capolino e con un gesto della mano mi invita a raggiungerlo. Giro l'angolo e sotto vedo una squadra di operai al lavoro su una sorgente d'acqua, o almeno credo che sia quello, perché stanno cercando di calare dei macchinari che costruiscono un invito forzato e poi ferri e bulloni, mentre l'acqua schizza sui loro piedi con forza. Torniamo verso la prima stanza e vediamo decine di macchinari: Mikel punta una specie di monocolo e ha l'aria sempre più soddisfatta e poi mi indica la botola. È tempo di tornare su.

Inforchiamo le moto, i caschi e i guanti si srotolano sulla nostra pelle. Torniamo alla base.

- Allora? Chiede Olga con un sorriso divertito.
- Adesso vi raccontiamo tutto.
- E soprattutto Mikel vi dirà che cosa ha scoperto.
- Cosa? Chiede Cloe.
Mikel accende un proiettore in 3d dal suo smartwatch.
- Ecco, quando eravamo sotto con Yuri abbiamo visto da dove pescano l'acqua e come la incanalano per poi attivare la produzione, poi però, tornando verso la botola con un mirino digitale, sono riuscito a inquadrare il sistema di chiuse, che impedisce che l'acqua vada da altre parti. Guardate questa foto. È una mappa ancora più antica che ho trovato in facoltà. Grazie a quella precedente adesso sappiamo come leggere determinati segni che fino a qualche giorno fa erano muti. Qui, dove sulla nuova mappa non c'è nulla, qui ci deve essere un sistema di vasche di compensazione per elaborare le acque di scarto che vengono usate per raffreddare le macchine della produzione. Una sorta di impianto di depurazione. Ma la cosa più interessante di tutte è che secondo questo disegno poi i canali portano qui.
Il suo dito indica ora un punto che è al di fuori del grande cerchio rosso, fuori dalle Mura.
Forse è lì che controllano una rete che esiste ancora, quella che su questa mappa ci dice che entrava in ogni casa, in ogni strada in maniera capillare dappertutto.
- E non è tutto, aggiungo io. Sono andato a studiare velocemente come sono costruiti questi palazzi, ho fatto due sopralluoghi nelle cantine, ho cercato di capire come siano riusciti a tappare o a deviare tutta questa rete incredibile che esisteva. Alla fine mi sono convinto che il condotto usato per le lattine di RA è lo stesso. Hanno utilizzato quello, quindi se riuscissimo a riaccendere il flusso…
- E come lo fermeremo però? Gli occhi di Olga sono spaventati.
- Credo con questo, dice Cloe.
Sulla sua mano c'è un vecchio rubinetto arrugginito.
L'ho trovato nella cantina, ce ne erano più di uno anche ai piani alti. Sì, lo so, non ci dovevo salire sulle scale pericolanti, ma la tentazione è stata forte e non ho resistito.

Nelle due settimane successive, di giorno, la nostra vita proseguiva come sempre: quindici secondi netti a tracannare, l'università, la moto, gli amici. Ma la notte le gite ai manufatti si moltiplicavano e i sorsi d'acqua iniziavano a girare fra i nostri compagni di facoltà, fra gli amici dei nostri genitori. Un lavoro instancabile, mentre avevamo avviato anche una produzione di stampanti 3d per nuovi rubinetti che iniziavamo a costruire.

Pensai che anche la mia vecchia avesse il diritto di averlo anche lei.

Fiorina, la mia amata nonna che volevano rinchiudere in un quartiere ospizio, le Ultime Case, quello dove poi chissà perché in tre anni tutti per un motivo o per un altro sparivano, stecchiti, cremati.
Dopo due anni e mezzo di 'ospitalità' Fiorina era sparita. Non lo avevo mai raccontato a nessuno, ma le risate di mia nonna abbracciata ai miei addominali mentre sfrecciavo in moto portandola via da quel posto di morte erano un qualche cosa di impagabile.
Alla fine avevo scelto una casa di quelle antiche, proprio al confine con il mio palazzo, di quelle prima delle Mura. Ero passato da lei l'ultima volta con mezza bottiglia d'acqua e poi ero riuscito a trovare le tubature. Per Fiorina il rubinetto lo avevo commissionato in acciaio, una sorta di regalo. Ci avevo messo mezza giornata, ma adesso il suo bel rubinetto scintillante era fissato a dovere su quella parete dove avevo inibito il codice identificativo per ricevere la RA. In effetti erano già alcune settimane che su tre ne bevevo due. Una andava dalla nonna, non consumava più molte energie, io invece stavo dimagrendo a vista d'occhio. Ma ormai era questione di giorni.

UNA ANDAVA DALLA NONNA, NON CONSUMAVA PIÙ MOLTE ENERGIE, IO INVECE STAVO DIMAGRENDO A VISTA D'OCCHIO.

Tutte queste frenetiche attività non erano passate inosservate. Nella Torre arrivarono notizie frammentarie, di allarme, vennero ritrovati alcuni segni, l'irruzione nella CasAcqua fece aumentare a dismisura il livello di controllo fra telecamere, piccoli droni e agenti che adesso presidiavano più numerosi anche le strutture universitarie. Ma Uno si sentiva ancora sicuro e i treni partivano veloci ogni giorno, fuori dalle Mura.

Il giorno X stava per arrivare quando sotto la mia porta sentii un fruscio. Un pezzo di carta, una scrittura bella, in matita. Era mio padre. Mia madre mi mandava le password per entrare nel sistema, ma c'era anche scritto di fare attenzione, perché le cambiavano ogni 48 ore e che avevamo 36 ore non di più. Mentre ragionavo su come raggiungere Mikel, trangugiando il piccolo pezzo di carta, sento l'avviso acustico e apro la porta. Mikel entra con il fiato corto. Le hanno prese, mi dice, prendendomi per le spalle e scuotendomi come un ramoscello. Chi hanno preso, Mikel, fermati, rispondi disgraziato. Le hanno prese Yuri.
Hanno preso Olga e Cloe.

NELLA TORRE IL CONSIGLIO ERA SEDUTO AL TAVOLO DELLE GRANDI DECISIONI.

10

Save the Water

Quanti siamo, siamo 30, ma siamo giusti, siamo pochi, e siamo preparati, sì, siamo preparati, quante attrezzature abbiamo, quelle sono il numero giusto, quanto tempo abbiamo, meno di 36 ore, quante probabilità abbiamo. Silenzio. Quante probabilità abbiamo...


Non ho una risposta, Mikel mi guarda. Il messaggio stabilito, l'aveva consigliato Elanor, mia madre era "Red 19". La risposta non tardò ad arrivare "Code 84", ventotto risposte, le due mancanti pesavano sulle nostre anime. Chissà dove le avevano portate.

Nella Torre il Consiglio era seduto al tavolo delle grandi decisioni. Uno nel suo vestito rosso guardava verso due donne imprigionate da manette invisibili, senza possibilità di scampo, una forza magnetica le manteneva immobili. Olga piangeva, Cloe cercava di fulminarlo con disprezzo nello sguardo.
- Bene signore. Adesso raccontateci: come siete riuscite a trovare l'acqua?
- Hai perso un pacco per strada e un registro dei vostri affari. Da quanto tempo ci tenete ciechi? Da quanto tempo ci avete costretto in un mondo chiuso, in un pozzo scavato dentro le grandi Mura, con quella marmellata dolciastra in bocca, quando potevamo avere orizzonti, cielo, acqua?
- Oh, sei ciarliera, bene. Ma le domande le faccio io. E voi dovrete rispondere, o sarà peggio per voi.
Olga piangeva e il labbro le tremava, gli occhi bassi. Da lei Uno capì subito che non sarebbe riuscito a ottenere nulla. Troppo debole, la sua psiche aveva ceduto, schiantata. L'altra invece sembrava un osso duro.
- La goccia!
Disse forte e scandito Uno.
Quattro, Sette e Tre si alzarono di colpo.
- La goccia no, Uno, avevamo detto che non sarebbe mai più stata usata.
- Imbecilli, parassiti, ignoranti. Non avete ancora capito che la notizia si è sparsa e che siamo in pericolo? Cosa credevate? Che il giorno che sarebbe prima o poi arrivato ci avrebbero ringraziato? La goccia! E che nessuno osi contrastarmi ancora.
Poi rivolgendosi alle ragazze.
- Ora mi direte i nomi, i luoghi, i piani: tutto. Voglio sapere tutto e per aiutarvi avrete un metronomo ben scandito del prezioso bene che tanto vi piace. Contente?
Sopra le teste di Olga e Cloe scesero due tubi di acciaio. La goccia che scava, la goccia che batte ritmica e ripetitiva e che accompagna un senso di fastidio, prima, ossessione poi, incubo e dolore fisico, poi, perché picchia sempre sullo stesso centimetro quadrato di cute.
Plic.
Plic.
Plic.
Plic.
Plic.
Plic.

Il Consiglio abbandonò il tavolo, solo Uno rimase nella stanza guardando fuori verso una striscia lontana, uno dei treni che correva verso l'altra Città.

Cinque squadre. Tre all'interno della Città. Una contro la Torre, una nell'Università, una per attivare il circuito chiuso. Le altre due avevano destinazioni che non erano state condivise con tutti, per sicurezza. Ed erano le due squadre comandate da me e da Mikel. Ci avevamo pensato per un po', il fatto di non guidare nessuno dei due la squadra che avrebbe dovuto liberare la Torre, dove sicuramente erano rinchiuse Olga e Cloe, sembrava quasi un tradimento. Ma alla fine le destinazioni delle squadre erano da mantenere segrete. Solo io e Mikel sapevamo dove andare e cosa avevamo preparato, dove avevamo nascosto tutti gli strumenti necessari per l'attacco.
Mancano 30 ore. Il segnale è partito, le squadre sono partite a bordo delle moto.
Io mi muovo veloce e dico ai miei uomini di seguirmi, Mikel è appena partito verso le Mura.
Arrivo alla Casacqua e ci caliamo dalla botola. Abbiamo lo spray immobilizzante e indossiamo le maschere mentre le nostre tute creano un ulteriore filtro di fronte alle nostre bocche. Abbasso il braccio.
- Ora!

Mancano 24 ore. La CasAcqua è in nostro possesso, i prigionieri li abbiamo chiusi tutti dentro la sala con le diciotto finestre, adesso sono di fronte alle macchine metalliche con le lucine natalizie che brillano, quasi tutte su arancio e rosso. Intanto mi collego e cerco notizie.
L'Università è presa: le guardie sono state messe fuori combattimento anche lì con lo spray, una per volta e adesso il perimetro è controllato, siamo entrati nelle classi e le reazioni mi dicono che sono buone, molti si stanno unendo, chi vuole abbandonare la struttura dovrà aspettare la fine di tutto. Dalla Torre ancora nessun segnale, mentre le stanze del Ministero si sono aperte alla squadra con le password del circuito chiuso. Tutto è pronto, ma dobbiamo aspettare e i minuti passano. Mi innervosisco e mollo il mio posto, Mikel si era raccomandato di non farlo, ma non resisto e voglio vedere Cloe e Olga libere. Inforco la moto e parto come un razzo.

Mancano 20 ore, poi le password per la trasmissione video saranno inutilizzabili.

La squadra è ben dislocata, ma lo schieramento di sicurezza è davvero imponente. Mando un messaggio e tutte le moto, adesso vengono verso di me, le guardie capiscono che sta accadendo qualche cosa, una decina di agenti esce con le armi in pugno.
- Ora ragazzi al massimo, poi saltate.
Partiamo con nuvole di fumo dalle ruote posteriori che sgommano e un rumore assordante ci dà il coraggio di coprire quei cento metri in accelerazione massima. Gli agenti puntano le armi, ma noi gli siamo già sopra mentre urlo nella trasmittente: Adesso, Saltate!
Sette moto lanciate a 120 chilometri orari si abbattono sulle vetrate dell'entrata della Torre, e investono prima gli agenti appena usciti e poi gli uomini che erano stati schierati a difesa del trasportatore centrale della Torre. Il rumore è fortissimo, quello del fuggi-fuggi dei passanti che scappano, vetri dappertutto, un principio di incendio dentro la prima sala. Un uomo con un mantello grigio e un cappuccio mi raggiunge e saliamo dentro un ascensore e schiacciamo un tasto per il penultimo piano, mentre gli altri indossano le maschere e iniziano a sparare gas come pazzi, bloccando le poche guardie che ora sono ancora attive.
- Ti avevo detto di non mollare il tuo posto.
- E tu non dovresti essere un po' più lontano?
Si apre l'ascensore e Mikel mi butta per terra con violenza di fronte a una guardia.
- Portami da Uno, subito. L'ho preso: è lui il capo.
Mi giro con odio negli occhi, mentre mi tengono per le braccia, poi vedo il numero sul vestito, Cinque, e senza perdere una sola espressione del mio viso grido: "Bastardo, siete dei tiranni, ve la faremo pagare". Poi mi ficcano una pallina in bocca e mi legano il laccio dietro la testa e non posso quasi più respirare se non dal naso.

Uno si gira di scatto mentre viene annunciato Cinque e il suo prigioniero. Mikel mi lancia ancora una volta in avanti, fra le braccia del vestito rosso. Poi, senza dire una parola, si mette di spalle e guarda verso fuori. Non ha il tempo che vorrebbe adesso, perché per la prima volta può vedere oltre le Mura e un mondo, più mondi, si aprono davanti ai suoi occhi, mentre l'ombra sta salendo sui muri e qui la luce rimarrà ancora a far brillare i cristalli sfaccettati delle grandi lastre panoramiche che dominano la Città.
Anche a me piacerebbe guardare, ma Uno mi ha spinto in là, infastidito mentre mi guarda.
- Cinque! Ma che maniere, questo parassita mi fa schifo, che modi. Guardia! Vicino alle signore e goccia anche per lui e chiamate il Consiglio per l'interrogatorio!
Adesso non riesco più a muovermi vedo solo la stanchezza e la delusione negli occhi di Cloe. Olga non risponde nemmeno allo sguardo, sembra in trance e trema. A intervalli di tre secondi una goccia cade sulle loro teste, io riesco solo a fare un occhiolino veloce a Cloe, ma non so se ha capito, è stremata.
Il consiglio inizia a entrare e a prendere posto. Due, Sei, Sette, poi Quattro e Tre, mentre Cinque era già seduto con il suo cappuccio calato sul viso e uno strano barattolo fra le mani.
- Eccolo, abbiamo il capo branco, fra poco sfodereremo i nostri strumenti per l'interrogatorio, non basterà la goccia per lui perché...
Mentre Uno sta spiegando come inizierà una sessione di tortura, arriva Cinque. Cinque guarda Cinque, Uno guarda Cinque in piedi e di colpo si gira verso Cinque seduto, gli altri consiglieri sono a bocca aperta, mentre Mikel tira indietro il cappuccio e ha una maschera a gas sulla bocca, le sue mani hanno aperto il coperchio della scatole ed estrae un bastoncino metallico con un piccolo cerchio e muove il braccio nell'aria, poi torna a mettere il bastoncino nella scatola e poi ancora il braccio nell'aria e intanto si formano come per magia bolle colorate, bolle che riprendono il riflesso di quello che c'è là fuori e lo chiudono dentro piccole finestre di luce curvate su quella sottile pellicola lieve che vola per la stanza. Ora tutta la stanza del consiglio è piena di Bolle, mentre Uno rompe la sua voce in una risata orrenda.

"Bolle di sapone, ma bene, con le bolle di sapone siete venuti qui a ucciderci."

I consiglieri si mettono a ridere mentre Mikel retrocede. Ora è con la schiena attaccata al grande finestrone. Dietro di lui la luce accecante del sole.
Come bambini impazziti, i consiglieri si buttano sulle bolle, come a gara per chi ne rompe di più e ridono. Ridono come da tempo non facevano. Ridono e le bolle si spaccano e spariscono.
Ma per ogni bolla che scoppia esce una piccola nuvola di vapore e in un momento la sala è invasa da un fumo leggero, ma sparso ovunque.
Ora i consiglieri sono immobili e Mikel attiva una microcamera infilandosi un paio di occhiali capaci di inviare il segnale per la diretta. Ci libera. Cloe e Olga crollano a terra, poi Cloe cerca di far sedere Olga e la abbraccia. Mikel riceve un messaggio.
- La mia squadra è arrivata e presidia il passaggio dei treni: controlliamo l'uscita!
- Adesso, aspetta, ecco il segnale siamo pronti anche a CasAcqua.
Ci guardiamo, guardiamo Cloe. È il momento. La telecamera inizia a riprendere e Mikel parla e spiega, io guardo fuori sulle facciate dei grandi trasmissori metropolitani dove appaiono le immagini della stanza dove siamo ora. Apro uno dei tablet dei consiglieri immobilizzati e la trasmissione è ormai in tutti i device della Città.
Mikel mi inquadra.
- Abitanti della Città, siamo qui sulla Torre, ascoltate. Adesso abbiamo poco tempo, ma credete a noi e soprattutto a quello che stiamo per farvi vedere. Guardate, dico indicando il panorama. Mikel appoggia gli occhiali sul cristallo e milioni di persone in questo istante stanno vedendo quello che vediamo noi. Che c'è un mondo fuori, che c'è natura, c'è sole e forse là in fondo dove c'è una linea azzurra c'è anche altra acqua e quelle torri che brillano forse sono altre città. Non siamo soli, non siamo gli unici rimasti. Poi riprendo il primo piano guardando Mikel che ora sorride.
- Adesso preparate qualsiasi recipiente che avete in casa, perché vi daremo una dimostrazione che l'acqua c'è e che è molto più vicina di quello che crediate. Ora per qualche secondo potrete vederla e assaggiarla, anche se vi sporcherà un po' casa, rido.
- Adesso! Urlo nella trasmittente e a CasAcqua un dito si avvicina a un grande bottone e la luce da arancio a rossa e poi diventa verde.
Un rumore improvviso in ogni casa e poi dai tubi della RA un getto di acqua che esce potente e poi urlo: "Abbassate la forza" e il getto diventa più esile e controllabile e in questo stesso istante ci sono milioni di persone che stanno assaggiando qualcosa che non sapevano nemmeno che esistesse e guardiamo giù nelle strade coi passanti, i nostri ragazzi e i guardiani che sono impietriti di fronte a un enorme getto che ha sfondato una parte della piazza.
- C'era una fontana lì, sogghigna Mikel.
- Chiudete!

L'acqua finisce ed è un'esplosione di grida di gioia, di paura, di panico e di felicità. Iniziano nuove trasmissioni, video che avevamo preparato per questo momento. Come fare, cosa installare, i rubinetti, come verranno distribuiti, le fontane… Non possiamo nemmeno immaginare cosa stia succedendo in tutte le abitazioni, quante persone siano corse fuori, cerchino di capire di più, mentre i video scorrono su tutti i device personali e sugli schermi pubblici, nei monitor della metropolitana.
Mikel spegne il collegamento e sta per abbracciare Cloe, quando un braccio lo prende per la gola. È un braccio rosso. È Uno e lo spray su di lui non ha avuto l'effetto sperato.
- Non puoi salvarti, devi affrontare un processo, devi raccontare come è nato tutto questo mondo!
-Non mi avrete mai e adesso mi lascerete andare!
Uno sfodera un coltello e lo pianta nella gamba di Mikel che urla e si accascia, poi prende Olga come ostaggio e si dirige verso il trasportatore vicino alla vetrata. Cammina piano mentre Cloe sta soccorrendo Mikel e io avanzo sicuro verso di lui.
- Non ce la farai mai, Uno. Controlliamo tutto. Non ce la farai a scappare sui tuoi treni, noi non possiamo permetterlo, resterai qui con me e aspetterai il processo e dovrai rispondere per tutto quello che ci hai fatto.
Sto ancora parlando quando vedo gli occhi di Olga accendersi, come se fosse tornata in sé di colpo, come una luce che prima era spenta e ora è un faro. Guarda Mikel con uno sguardo di una dolcezza infinita che dura un niente e pare eterno e poi si spinge indietro con forza insospettabile lanciandosi insieme a Uno contro la vetrata che si rompe in mille pezzi. Il vuoto è sotto di loro che precipitano, mentre Uno lancia un urlo inumano, Cloe grida Olgaaaa, Mikel Nooo. Olga cade, la sua voce grida, un urlo che sono parole scagliate con voce sovrumana: "Save The Water!".

Mi affaccio e guardo in basso con gli occhi pieni di lacrime e il vento e il sole mi sferzano il viso.

È domenica e vado a trovarla, con Mark ed Elanor. La sua casetta adesso è davvero ben tenuta, ci abbiamo fatto qualche lavoro, soprattutto la squadra di Mikel, che era andata al depuratore fra le acque che si puliscono e che vengono poi depurate per poterle utilizzare non più per i macchinari, ma per i tanti campi di terra che abbiamo scoperchiato in tutta la Città e i giardini.
Fiorina è seduta in cucina su una vecchia poltrona che ha tutta l'aria di essere tremendamente comoda. È contenta di vederci, non saprei descrivere la felicità di mia madre quando scoprì che sua madre non era scomparsa, ma era stata solo rapita da suo nipote. Beh adesso siamo tutti lì ed è il giorno di provare quell'aggeggio che avevo montato alcune settimane prima a casa sua. Nonna fai presto, ho appuntamento con Cloe alla  "fontana Olga". La Torre era diventata una attrazione panoramica.
Le Mura aperte, e i lavori per costruire strade iniziati dopo aver mandato ambasciatori nelle altre città.
Fiorina si alza, traballa fino a quell'oggetto di acciaio scintillante. La sua mano avanza nell'aria titubante, poi le sue dita si stringono intorno alla leva e con una piccola fatica la solleva, mentre un getto d'acqua sprizza dentro la vasca del lavabo e una goccia di rimbalzo finisce sul dorso della sua mano e un'altra la raggiunge quasi al viso.
Le mani sotto l'acqua, un bicchiere nelle mani di sua figlia che ora le cinge le spalle, mentre Fiorina dischiude le sue labbra in un sorriso da bambino, contenta. Come se tutto potesse fermarsi lì, in quel momento per sempre.
E sente la forza di quell'acqua, lo scorrere, il suono, il canto dei poeti del Codice Rosso e la linfa che farà ricrescere anche qui da noi i boschi, le piante nei parchi.
Beve e sorride. Sente la vita.

Crediti

una produzione Polifemo Fotografia
testo, audio e musiche: Angelo Miotto
fotografie e video: Leonardo Brogioni e Italo Perna
montaggio: Antonella Rocchi
grafica e web design: Mstudio

Le riprese sono state effettuate presso Depuratore San Rocco, Spazio Acqua di Via Cenisio, Laboratorio Analisi di Via Meda, Centrale San Siro, Centrale Padova, Manufatto Ponzio, Manufatto Bonomelli
Progetto voluto e realizzato da MM Spa. Aiutaci anche tu a raccontare Milano, scrivi a : storytelling@mmspa.eu